Contratto di associazione in partecipazione, causa negoziale e qualificazione giuridica della prestazione

di Maurizio Ferrari

 

stretta mano

Nel contratto di associazione in partecipazione con apporto di prestazione lavorativa da parte dell’associato, l’elemento differenziale rispetto al contratto di lavoro subordinato con retribuzione collegata agli utili d’impresa risiede nel contesto regolamentare pattizio in cui si inserisce l’apporto della prestazione da parte dell’associato[1].

Il rapporto di associazione scaturente dal contratto, disciplinato dagli artt. 2549 ss. Cod. civ., ha come elemento essenziale la partecipazione dell’associato al rischio di impresa e alla distribuzione non solo degli utili, ma anche delle perdite. Laddove venga resa una prestazione lavorativa inserita stabilmente nel contesto dell’organizzazione aziendale, senza partecipazione al rischio d’impresa e senza ingerenza ovvero controllo dell’associato nella gestione dell’impresa stessa, si ricade nel rapporto di lavoro subordinato in ragione di un generale favor accordato dall’art. 35 Cost., che tutela il lavoro «in tutte le sue forme ed applicazioni»[2].

Non sussiste associazione in partecipazione qualora manchi la possibilità di effettivo controllo dell’associato sulla gestione dell’impresa, atteso che l’art. 2552, 3º comma, c.c. prevede il diritto dell’associato al controllo e al rendiconto annuale della gestione, ma non ne determina le modalità; mentre la causa del contratto di associazione in partecipazione non è esclusa dalla partecipazione ai ricavi anziché agli utili, o dalla mancata partecipazione alle perdite, che in base all’art. 2554 non è elemento essenziale del contratto[3].

Dai richiamati principi, che la giurisprudenza ha elaborato prima che il legislatore intervenisse sull’enunciato dell’art. 2549, inserendovi[4] un secondo comma (del seguente tenore: “ Nel caso in cui l’associato sia una persona fisica l’apporto di cui al primo comma  non può consistere, nemmeno in parte, in una prestazione di lavoro”), emerge che nella causa negoziale va individuato l’elemento essenziale scriminante che consente la qualificazione giuridica della prestazione dovuta dall’associato.

La Suprema Corte ha cassato con rinvio una decisione di merito che aveva ritenuto sussistere l’obbligo contributivo correlato al rapporto di lavoro subordinato, in presenza di un contratto scritto nel quale le parti avevano manifestato la volontà di dare vita ad un’associazione in partecipazione, senza compiere un accertamento rigoroso sugli elementi differenziali dei due tipi di rapporti[5], affermando il principio secondo cui nel contratto di associazione in partecipazione che preveda da parte dell’associato l’apporto di prestazioni lavorative, l’assunzione dell’alea del corrispettivo (indifferentemente se rispetto agli utili di un’impresa o ai ricavi di un affare) esclude il configurarsi di un rapporto di lavoro subordinato con i conseguenti obblighi assicurativi previdenziali, ancorché risulti pattuita una quota fissa da riconoscersi in ogni caso all’associato, qualora l’entità della stessa non possa ritenersi compensativa del lavoro prestato, avuto riguardo ai criteri parametrici di cui all’art. 36 Cost.[6]

La Corte ha ritenuto che il riferimento al nomen iuris dato dalle parti al negozio risulta di maggiore utilità — rispetto alle altre — in tutte quelle fattispecie in cui i caratteri differenziali tra due (o più) figure negoziali appaiono non agevolmente tracciabili, non potendosi negare che quando la volontà negoziale si è espressa in modo libero (in ragione della situazione in cui versano le parti al momento della dichiarazione) nonché in forma articolata, sì da concretizzarsi in un documento, ricco di clausole aventi ad oggetto le modalità dei rispettivi diritti ed obblighi, il giudice deve accertare in maniera rigorosa se tutto quanto dichiarato nel documento si sia tradotto nella realtà fattuale attraverso un coerente comportamento delle parti stesse; la valutazione del documento negoziale, tanto più rilevante quanto più labili appaiono i confini tra le figure contrattuali astrattamente configurabili, non può, dunque, non assumere una incidenza decisoria anche allorquando tra dette figure vi sia quella del rapporto di lavoro subordinato[7].

La giurisprudenza esprime prevalentemente un orientamento, tendenzialmente restrittivo, sul punto della qualificazione come lavoro subordinato di un rapporto formalmente svolto in base ad un contratto di associazione di partecipazione, con apporto di prestazioni lavorative dell’associato, avidenziando come il giudice di merito sia tenuto ad un accertamento puntuale e rigoroso dei termini di svolgimento «in concreto» del rapporto, occorrendo univocamente identificare gli elementi tipici della subordinazione (sottoposizione al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro), posto che il potere generico di impartire istruzioni e direttive risulta, invece, compatibile anche con lo schema giuridico dell’associazione in partecipazione[8].

In una risalente decisione di merito[9] si rinviene l’affermazione secondo cui devono ritenersi nulli, e conseguentemente si convertono in contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, i contratti di associazione in partecipazione, già preceduti da contratti di lavoro subordinato con gli stessi soggetti, in cui i conferimenti degli associati siano stati, nel testo contrattuale, genericamente indicati nell’espletamento di attività coordinata e continuativa senza vincolo di subordinazione presso il magazzino-deposito dell’associante o, a seconda dei singoli contratti, in suoi punti vendita al dettaglio da determinare.

Non si rinvengono altri precedenti negli esatti termini[10], avendosi solo in dottrina qualche riferimento circa la conversione del contratto nullo, da contratto di associazione in partecipazione a contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato[11].

 

Note

[1] Cfr. Cass. civ., sez. lav., 28 gennaio 2013, n. 1817, in Mass. giur. lav., 2013, 808, con nota di PIZZUTI e in Lavoro e prev. oggi, 2013, 499, con nota di FERRARO.

[2] Cfr. Cass. civ., sez. lav., 11 giugno 2013, n. 14644, in Giur. comm., 2014, II, 985, con nota di PAGANI, secondo cui l’elemento differenziale rispetto al contratto di lavoro subordinato con retribuzione collegata agli utili d’impresa va individuato con riguardo all’autenticità del rapporto di associazione, che ha come elemento essenziale la partecipazione dell’associato al rischio di impresa.

[3] Cfr. Cass. civ., sez. lav., 27 gennaio 2011, n. 1954, in Argomenti dir. lav., 2011, 391, con nota di MISCIONE

[4] art. 1.28, l. 28 giugno 2012, n. 92.

[5] Cfr. Cass. civ., sez. lav., 18-04-2007, n. 9264, in Foro it., 2007, I, 2726, con nota di V. FERRARI, in Mass. giur. lav., 2007, 777, con nota di BOGHETICH, in Riv. giur. lav., 2007, II, 616, con nota di RICCARDI e in Argomenti dir. lav., 2007, 1437, n. GARATTONI.

[6] In senso conforme, v. Cass. 7 ottobre 2004, n. 20002, Foro it., 2005, I, 2429, con nota di richiami.

[7] Per i profili civilistici di alea e rischio contrattuale, cfr. V. FERRARI, Rischio contrattuale e alea nella qualificazione non giuslavoristica delle prestazioni di lavoro, in Foro it., 2007, I, 2726.

[8] cfr. Cass. 24 febbraio 2001, n. 2693, Foro it., Rep. 2001, voce Lavoro (rapporto), n. 733; 12 gennaio 2000, n. 290, id., Rep. 2000, voce cit., n. 815; 10 agosto 1999, n. 8578, ibid., n. 819; 23 gennaio 1999, n. 655, id., Rep. 1999, voce cit., n. 889; 6 novembre 1998, n. 11222, ibid., n. 890. Nella giurisprudenza di merito, v. Pret. Firenze 31 maggio 1995, id., Rep. 1998, voce Associazione in partecipazione, n. 2; Pret. Ascoli Piceno 29 settembre 1997, ibid., voce Lavoro (rapporto), n. 805; Pret. Arezzo 17 febbraio 1997, ibid., n. 806.

[9] Pret. Macerata 18 novembre 1994, in Foro it., 1995, I, 3054.

[10]  Anche precedentemente, in tema di associazione in partecipazione, la giurisprudenza ha espresso altro orientamento: cfr. Cass. 26 luglio 1994, n. 6951, Foro it., Rep. 1994, voce cit., n. 3; 15 aprile 1993, n. 4473, id., Rep. 1993, voce cit., n. 6; App. Milano 27 aprile 1993, ibid., n. 7, e Società, 1993, 1226, con nota di A. CAIAFA, Cessazione del rapporto e diritto dell’associato al rendiconto; Trib. Milano 21 luglio 1988, Foro it., 1990, I, 2078.

[11] G. FONTANA, La conversione legale nei rapporti di lavoro atipico, in Riv. it. dir. lav., 1993, I, 355 ss.

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