Il tramonto delle Grandi Madri. Breve storia della dimensione affettiva e relazionale

di Vinicio Serino

 

Sommario

  • In principio, le “Veneri”
  • Mistero donna, anzi femmina
  • Il tempo degli agricoltori
  • Il tempo dei guerrieri
  • Grandi Padri
  • Misteri cristiani
  • Ma la Madonna…
  • Non più Grande Madre, ma grande meccanismo
  • Residui archetipici
  • Concludendo
  • Bibliografia

 

In principio, le “Veneri”

In principio furono le “Veneri” che i paleoantropologi collocano nel Paleolitico superiore. Si tratta delle più antiche rappresentazioni della Grande Dea, incarnazione della natura dispensatrice di vita e di morte, bella e terrifica, provvida e maligna.   Il loro ricordo è stato da tramandato da “statuette femminili … per lo più in avorio o pietra tenera … diffuse dalla Siberia all’Atlantico” (Leroi- Gourhan, 1991) . In un lasso di tempo lungo migliaia di anni popoli che non hanno avuto contatti tra di loro hanno rappresentato queste “Veneri” – e quindi la loro idea di natura – con le stesse modalità.

Le forme della “Veneri” hanno infatti sempre le medesime caratteristiche: “si inscrivono in una losanga e si allontanano dalla realtà per divenire un gioco di volumi. I caratteri femminili sono volontariamente ipertrofizzati: la parte centrale del corpo … è enorme in rapporto alle estremità … che sono trascurate” (Leroi- Gourhan, 1991)

La più nota di loro è la Venere di Willendorf, in Austria la più famosa statuetta femminile del paleolitico: è alta circa 11 cm e fu realizzata, verosimilmente, tra il 23.000 e il 19.000 a. C.. Il suo corpo è una rappresentazione della femminilità al tempo stesso naturalistica e simbolica. Sono infatti fortemente pronunciati i fianchi, le mammelle, la vulva, a richiamare l’idea della fertilità. Il volto non è visibile, coperto come è da un singolare copricapo di “perle”. È dipinta di rosso ocra, evidente rimando al sangue mestruale. Tutto evoca dunque la capacità di generare nuove vite, garanzia di prosperità per l’aggregato di uomini e di donne sui quali la Grande Dea esercita, secondo il proprio (oscuro) volere, il suo dominio.

La Venere di Willendorf

La Venere di Willendorf

Le caratteristiche delle Veneri sembrano così esaltare la sessualità come capacità generante, espressione di una cultura che ha forte il senso di coprire il bisogno di riproduzione. Solo che manca ogni riferimento al maschio. È come se la generazione avvenisse a prescindere …

Una eccezione potrebbe essere rappresentata dallo “stregone” o dio cornuto dipinto, presumibilmente intorno al 13.000 a. C., nella grotta dell’Ariège, nell’Occitania. Si tratta di “un uomo rivestito di una pelle di cervo e col capo sormontato dalle corna ramificate del cervo. …” (Murray , 1972). Forse un dio maschio, incarnazione della forza fecondatrice della natura.

Lo “stregone” di Trois Frères

Lo “stregone” di Trois Frères

Si presume, in sostanza, per l’enfasi trasmessa dalle forme dei corpi rappresentati, che le ancestrali società dove sono state prodotte intendessero i rapporti affettivi e relazionali in funzione della procreazione, garanzia essenziale per la sopravvivenza del gruppo,  probabilmente composto di più nuclei, formati da maschi consanguinei uniti con femmine provenienti da altri aggregati. Questo meccanismo, esogamico, ha garantito la continuità dei riproduttori, riducendone  il rischio di estinzione.

 

Mistero donna, anzi femmina

È forse proprio in questo meccanismo che si ritrova l’idea della “supremazia” della donna e, di conseguenza, la sua rilevanza a livello relazionale come produttrice ed allevatrice ? È dunque la capacità di generare che avrebbe conferito alla donna un potere sull’Uomo, un potere che si fonda sul mistero di cui è portatrice, il mistero della vita?

La scienza è tutt’altro che unanime: alla teoria di  B. Malinowski che, nel suo studio condotto tra gli aborigeni delle isole Trobriand (Melanesia occidentale) ai primi del 900, definiva quella società  matriarcale e matrilinea si oppone quella di Radcliffe-Brown. Che, invece, tra gli aborigeni australiani, individuava le caratteristiche fondamentali nell’esogamia, nella patrilinearità e nella patrilocalità. La questione non è da poco specie se riferita alla natura ed ai modelli di affettività ed al sistema di relazione tra i componenti del gruppo

Ammettendo allora l’ipotesi del “matriarcato” è lecito ipotizzare che affettività e relazionalità vengano, in qualche modo, “sublimati”, dal rapporto madre/figlio. Un rapporto che, rispetto, ad altre specie di mammiferi, ha una caratteristica fondamentale: dura molto più a lungo, perché molto lungo è il tempo che serve all’uomo per essere in grado di badare a sé stesso.

E poi: la donna è raccoglitrice; il maschio, in virtù della sua struttura fisica è cacciatore. Il maschio agisce su spazi aperti e, per questo, non si occupa della prole, a differenza della femmina che, proprio perché preposta a questa incombenza  – indispensabile alla sopravvivenza del gruppo –  agisce in spazi chiusi – la caverna –   o quanto meno circoscritti, in grado di offrire più protezione dalle minacce di un ambiente ostile: il che significa che gran parte del suo tempo è condiviso con la prole, condizione che, indubbiamente, favorisce la formazione di uno stabile rapporto relazionale materno/affettivo.

 

Il tempo degli agricoltori

L’idea che la potenza – intesa come potenza femminile – della generazione assicuri la sopravvivenza del gruppo, si ritrova, dice l’antropologa lituana Maria Gimbutas, “nell’Europa del Neolitico e in Asia Minore … nell’arco di tempo tra il 7000 ed il 3000 a. C. …” Quando “ la devozione religiosa si rivolgeva alla ruota della vita e alla sua ciclica rotazione…” Allora “…il  punto focale della religione comprendeva nascita, nutrimento, crescita, morte e rigenerazione, parallelamente alla coltivazione delle messi e all’allevamento degli animali” (Gimbutas, 2005).

Il tempo preso in considerazione dalla Gimbutas è il neolitico, quando l’umanità compie la sua più grande rivoluzione, l’agricoltura. I gruppi umani, diventando domesticatori di piante e di animali, cominciano ad affrancarsi dai capricci della natura ed a governare, in qualche modo, gli spazi entro i quali agiscono.

“I popoli di questa era”, dice ancora la Gimbutas, “ritenevano imponderabili le forze naturali, così come piante e cicli animali e adoravano molte dee, o forse una sola dea in molte forme. La dea manifestava le sue innumerevoli forme attraverso varie fasi cicliche che vigilavano sul buon andamento di ogni cosa; molti erano i modi in cui si rivelava, nei mille accadimenti della vita…”  (Gimbutas, 2005).

Una delle più espressive tra le divinità del neolitico è Grande Dea di Catal Huyuk, in Turchia,  intronata, sedentaria come lo è il contadino: “aderisce alla terra come un colle o un monte … è posseduta dalla terra, ne fa parte, è incorporata in essa … È il “trono in sé”, come Iside, il cui nome è seggio, ossia trono (Neumann, 1981).

La Grande Dea di Catal Huyuk

La Grande Dea di Catal Huyuk

Nonostante il nuovo modello di vita, l’apparato simbolico si mantiene costante, sì che la Dea rimane: “datrice-di-nascita, ritratta nella naturalistica posizione di partorire; datrice-di-fertilità che influenza la crescita e la moltiplicazione, ritratta incinta e nuda, datrice-di-vita e datrice-di-nutrimento e protettrice, rappresentata come donna-uccello  con seni e natiche sporgenti; e reggitrice-di-morte, ritratta come nudo, rigido, ‘osso’” (Gimbutas, 2008).

La Dea era dunque la “fonte della vita”, che “assumeva la sua energia dalle sorgenti e dai pozzi, dal sole, dalla luna e dall’umida terra”. In lei si componevano i tre grandi misteri della esistenza: la nascita, la morte, la rigenerazione. Coerenti col concetto di tempo ciclico proprio degli agricoltori. Per questo va chiamata Grande Dea – e non Grande Madre – perché le sue prerogative sono doppie e in opposizione, vita e morte, secondo l’idea archetipica di Jung (Jung, 2011).

Sulla base di questa ricorrente rappresentazione della Dea, a fronte di una percentuale accertata di non più del 3% di divinità maschili, la Gimbutas ipotizza – tesi tutt’altro che unanimemente accolta – una centralità della donna nella religione della Europa antica, “con la madre o la nonna venerata in quanto progenitrice della famiglia” (Gimbutas,2005).

 

Il tempo dei guerrieri

L’ordine matriarcale sarebbe stato dunque un ordine pacifico, fondato sul “mistero di nascita, morte e rigenerazione, non soltanto della vita umana ma di tutta la vita sulla Terra e anzi sull’intero cosmo. Simboli e immagini si coagulano intorno alla Dea partenogenetica e alle sue funzioni base di Datrice della Vita, Reggitrice della Morte e … Rigeneratrice” (Gimbutas, 2008). Nella vicenda della Dea  si manifesta il tempo ciclico, il tempo dei ritorni.

La fine di questa società matriarcale sarebbe dovuta, sempre ad avviso della Gimbutas, alla invasione di una cultura guerriera delle steppe ponto-baltiche, collocata grosso modo tra mar Nero e mar Caspio, denominata, per le sepolture a tumulo, kurgan, il primum movens indoeuropeo (4000-2000 a. C.).

Grazie ad una tecnologia più evoluta – era conosciuta la metallurgia grazie alla quale veniva realizzata l’ascia di bronzo ed il carro da combattimento – quella cultura  avrebbe sottomesso le (pacifiche) popolazioni pre-indoeuropee di agricoltori imponendo le proprie credenze religiose e la propria organizzazione della società, secondo un modello patriarcale che vedeva al vertice divinità uraniche e maschili (Gimbutas, 2008).

La cultura del Kurgan ha lasciato, tra le tracce più significative della propria azione sullo spazio, le celebri sepolture a tumulo, kurgan appunto, parola turco-tartara che designa le collinette destinate ad uso funerario. Nonostante la natura guerriera, si sarebbe dunque optato, nel rapporto con l’al di là, per l’inumazione, e non per la cremazione, pure frequente presso molti popoli guerrieri. In questo modo l’ultima dimora, assumendo la  caratteristica e significativa forma a cupola, evocava simbolicamente la “caverna della vita”. La deposizione avveniva così nel ventre della terra, cioè di “una vera e propria “Genitrix universale”, “immaginata in grado di concepire da sé” (Eliade, 1984).

Collina a tumulo Kurgan

Collina a tumulo Kurgan

Il tema di questi movimenti di popoli viene affrontato, ai nostri tempi, attraverso l’analisi della geografia dei geni umani, un “tentativo di ricostruire la storia della diversità umana”, “analizzando” appunto “le differenze genetiche che si osservano oggi tra le popolazioni”. Si scopre allora che “…un gradiente concentrico di frequenza geniche … si diffonde dal Medio-Oriente, dovuto alla mescolanza con le popolazioni locali preesistenti alla diffusione dell’agricoltura…” (Cavalli-Sforza et alii, 2009). Non da nord verso sud ma da est verso ovest.

L’archeologo britannico A. Colin Renfrew conferma tali ricostruzioni, negandone altre che ipotizzano migrazioni di nomadi guerrieri (appunto i c.d. popoli del Kurgan) giacché, dopo l’avvento del Neolitico, non si risconterebbero elementi di discontinuità archeologiche “traumatiche”, quali sarebbero quelle prodotte da una invasione di popoli guerrieri; mentre si formerebbero gradualmente, nell’area compresa tra l’Anatolia ed il Mediterraneo, le prime comunità di agricoltori. (Renfrew, 1996).

A giudizio di Renfrew, allora, questa migrazione non sarebbe consistita in un processo veloce e di conquista ma in una lenta e pacifica espansione dei portatori della più straordinaria rivoluzione dell’umanità, l’agricoltura. A conferma, l’uso comune di una serie di parole connesse all’agricoltura ed alla domesticazione come cane (mesolitico kwōn), mucca (gwous), cavallo (ekwos), pecora (owis), maiale (sūs) (Renfrew, 1996). Il problema è comunque aperto.

 

Grandi Padri

Nonostante queste nuove scoperte che sembrano escludere il cambio “traumatico” tra matriarcato e patriarcato, ossia la conquista della società della Grande Dea da parte di popoli che veneravano un Grande Dio, la tesi della Gimbutas non viene demolita. Sulla base delle sue scoperte è ancora lecito sostenere, almeno teoricamente, che vi è stato un (lungo) periodo di vigenza matriarcale sostituito – come sostiene Renfrew pacificamente – dal nuovo ordine patriarcale. Il tempo dei Grandi Padri.

È comunque certo che la presenza di potenti divinità maschili come il Tinia Etrusco, o lo Zeus greco, o lo Iuppiter/Iovis romano, ancorché accompagnate da uno stuolo di divinità femminili, attesta la forza della idea patriarcale. Tra l’altro tutte e tre queste divinità hanno a che fare con l’acqua, ossia sono loro che, nella forma di benefica pioggia, fecondano la Grande Madre quando, al tempo della semina, il contadino ne ha aperto, col suo aratro, il grembo. Permettendo così l’avvio del ciclo vitale dei popoli agricoltori ed allevatori nel tempo, l’autunno, in cui la Terra sembra morta e desolata. D’altra parte la straordinaria vigoria sessuale di queste divinità, come dimostrano i miti che vedono quale protagonista (il focoso)  Zeus, conferma l’ idea non di una Dea generante ma di un Dio fecondatore. È naturale che in questo contesto le modalità relazionali cambino in maniera rilevante rispetto al “sistema” matriarcato.

La cultura giudaico-cristiana offrirà un contributo ulteriore alla causa del Dio maschio con la descrizione, nel Genesi, della creazione del mondo e dell’Uomo. Chi crea è un Dio-maschio che, da solo, senza concorso di femmina, plasma “l’uomo  con polvere del suolo” e soffia “nelle sue narici un alito di vita” sì da farlo divenire “un essere vivente “ (Genesi, 2,6).

L’operazione dei dio biblico è del tutto analoga a quella dell’egizio, Knum, il dio dalla testa di ariete, protettore delle sorgenti del Nilo che, come vasaio, plasma sul suo tornio il limo del sacro fiume fino a farne l’uovo dal quale  nascerà il mondo e l’Uomo (Rachet, 1994). La polvere del suolo o il fango del Nilo sono comunque paragonabili al grembo, antico, della Grande Dea Generante.

Knum, il dio vasaio, Dendera

Knum, il dio vasaio, Dendera

 

Misteri cristiani

Il mistero, cristiano, della Trinità, complica la situazione. Pater, Filius et Spiritus. Il Figlio, si dice nel Credo Niceno, è “generato e non creato”, ossia partecipa della stessa sostanza del Padre. Viene spontaneo alla mente il mito di Atena che nasce dalla testa del padre Zeus. Solo che Atena è femmina. Per complicare le cose non si può non notare che il termine ebraico per spirito è ruach, che è femminile, mentre quello greco, pneuma, è neutro.

E poi: la trinità cristiana può anche essere intesa come l’espressione di tre fondamentali “prerogative” della divinità, ossia Onnipotenza, Bontà, Sapienza. Dio è onnipotente, buono e sapiente. E l’idea trinitaria induce ad assegnare queste “prerogative” in modo da riconoscere nella Prima Persona, il Padre, colui che tutto può; nella seconda, il Figlio, immolatosi sulla croce per il bene dell’Umanità, chi tutti ama; nella terza, lo Spirito che soffia dove vuole e che tutto sa. Tanto che, al tempo di Pentecoste, scendendo nella forma di lingue di fuoco sugli apostoli e la Vergine compie il prodigio: “cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi” (Atti, 2, 4).

Nella Trinità non è, ovviamente, espresso un genere – dato che si tratta di “sostanza spirituale” – ma nella interpretazione ancestrale che ne è stata fatta, soprattutto attraverso le immagini, la prima Persona è Padre, la seconda è Figlio e quindi vengono sempre intesi di genere maschile. La terza, lo Spirito, di solito è rappresentata come la colomba, sacra a Venere, la Dea dell’amore: essa simboleggia amore ma anche – cosa che non si addice molto alla dea – candore – “siate candidi come colombe ed astuti come i serpenti” (Matteo, 10, 16) – purezza, innocenza, mansuetudine.

Sebbene al Dio trinitario non dovrebbe essere attribuito un genere, maschile o femminile, va segnalata una “curiosità”: nella “Santa Trinità” (inizio del IX secolo) della chiesa di Urschalling, nei pressi di Prien, in Baviera, la figura centrale, tra il Padre ed il Figlio è, o almeno pare, femminile. Una citazione eretica?

Santa Trinità di Urschalling, Kirche Sankt Jakobus, Baviera

Santa Trinità di Urschalling, Kirche Sankt Jakobus, Baviera

D’altra parte un papa dei nostri tempi, Giovanni Paolo I, in un famoso discorso del suo breve pontificato ebbe a dire: “Anche noi che siamo qui, abbiamo gli stessi sentimenti; noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte.  È papà; più ancora è madre”. Qualche teologo sollevò non poche perplessità perché il Catechismo della Chiesa Cattolica (239), che si rifà alla Tradizione, ammonisce: “conviene ricordare che Dio … non è né uomo né donna … trascende pertanto la paternità e la maternità umane”. Forse papa Luciani aveva avvertito una ancestrale, archetipico richiamo?

 

Ma la Madonna…

Dunque il Cristianesimo si è manifestato e affermato in società di tipo “patriarcale”, caratterizzate dalla supremazia del maschio sulla femmina, come attestato anche dal fatto che l’ordine sacerdotale è ammesso solo per i maschi. Ciò si è accompagnato con l’ affermazione di un sistema di affettività e di relazione conseguente, che ha visto la donna occupare un ruolo secondario rispetto a quello dell’uomo. Lo conferma, tra l’altro, il dibattito, apertissimo, oggi, sulla condizione femminile nella Chiesa e sulla possibilità della donna di accedere la sacerdozio. Ciò nonostante per tutti questi secoli un ruolo importante è occupato, nel culto cristiano, dalla Madonna, al tempo stesso Madre e Figlia di suo figlio, il Salvator Mundi. È lei che è oggetto di venerazione almeno pari – ma talora anche superiore – alla adorazione, riservata alla divinità, nella sua forma una e trina.

La Madonna è la mamma, più che la Grande Madre, e la devozione per lei che è, appunto, venerazione e non adorazione, riservata solo a Dio – “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto” (Lc 4,8; cfr. Dt 6,13) – acquisisce una straordinaria intensità. Questa devozione è prestata non a una Dea potente per la sua capacità generante ma, appunto, ad una mamma che comprende i suoi figli e che viene avvertita vicino a loro, pronta a soccorrerli, sempre, anche quando sbagliano, anche quando peccano. Forse inconsapevolmente, tratti dell’antico archetipo della “generante” si sono mantenuti pure nell’ambito di società di segno patriarcale/maschilista, quanto meno a livello di relazione riservata, intima, personale.

Faccio l’esempio di Siena – ma il caso si ripete in moltissime realtà dell’occidente medievale – dove la venerazione per “nostra Donna” è elevatissima, come dimostrano le festività che le sono dedicate con i due palii, due corse che, antropologicamente, rappresentano ritualità, con radici molto profonde, dirette a riallacciare il rapporto, altrimenti perduto, con le superiori dimensioni. A ricreare, come direbbe M. Eliade, quell’illud tempus, in cui l’epifania del sacro viveva tra gli uomini e per gli uomini. Simbolicamente questa relazione “privilegiata” con la “mamma celeste” viene rappresentata dal suo manto aperto, con le braccia spalancate, pronta ad accogliere, come ogni mamma amorosa, il “pargolo”, di qualunque età, che cerca in lei protezione ed affetto.

Giovanni di Lorenzo Cini, la Vergine protegge Siena durante la battaglia di Camollia, 1528

Giovanni di Lorenzo Cini, la Vergine protegge Siena durante la battaglia di Camollia, 1528

 

Non più Grande Madre, ma grande meccanismo

Dalla nascita della scienza moderna in poi, ossia da Galileo, la natura, che ancora nel XII secolo, Alano da Lilla, nel suo Liber de planctu naturae, intendeva figlia di Dio ma, al tempo stesso, come Grande Signora delle antiche genti mediterranee nonché, madre delle cose e governatrice del mondo, è ormai ridotta al rango di immenso meccanismo. Che, in quanto tale, ha perso ogni connotazione di umanità. E’ retta da leggi precise che ne determinano il movimento regolato, messo a punto da una sorta di grande orologiaio, Dio, appunto. In quanto fondata sul principio di regolarità, la natura è un “grandissimo libro” sulla quale, se si conosce il linguaggio è possibile esercitare il nostro dominio. Questo linguaggio “…è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto” (Opere, VI, 232) . La Grande Madre non c’è più: al suo posto uno spazio infinito sul quale l’Uomo può esercitare, ad libitum, il proprio potere, dal XVIII secolo in poi accresciuto in maniera esponenziale per effetto della rivoluzione scientifica ed industriale, violentando senza alcun scrupolo la terra, ormai desacralizzata, alla ricerca delle preziose risorse che servono al suo progresso economico ed al suo benessere fisico.

Con la rivoluzione industriale dunque si avvia il tramonto delle Grandi Madri, in tutte le loro diverse declinazioni. Anche il “residuo” rappresentato dalla maternità del popolare culto mariano viene gradualmente a ridursi, insieme alla crisi della religione, almeno con riferimento al cosiddetto Occidente.

 

Residui archetipici

Forse una eccezione a questo processo si è registrata negli anni della seconda guerra mondiale quando Stalin, per chiamare il suo popolo alla armi contro l’invasore tedesco, evocava l’immagine della Grande Madre Russia, o meglio della Grande Madre Patria, stante il carattere multinazionale dell’impero sovietico.

Lo storico russo G. P. Fedotov, nella sua La mente religiosa russa riteneva che, nello studio della religione popolare russa, si incontrasse “il costante desiderio di un grande potere divino femminile…” Il che poteva in qualche modo autorizzare ad “ipotizzare, sulla base di questa propensione religiosa, la presenza di elementi sparsi del culto della Grande Dea che un tempo regnò sulle immense pianure russe…” Forse proprio a questo antico sentire, espressione di un Archetipo ancestrale, si rifece Stalin – tra l’altro chiamato “Piccolo padre” – per ridare entusiasmo e voglia di combattere al suo popolo.

Testimonia questa (interessata) attenzione per la Grande Dea una colossale statua allegorica, La Madre Patria Chiama, nota appunto come Statua della Madre Russia, che svetta sulla collina di Mamaev Kurgan a Volgograd (già Stalingrado).

La Madre Patria chiama, Volgograd

La Madre Patria chiama, Volgograd

Fu inaugurata nel 1967, e quindi quasi quindici anni dopo la morte di Stalin, ma è il retaggio di quel tempo tragico in cui il dittatore non esitò a ricorrere all’ancestrale archetipo, esibendo, a Leningrado, a Mosca e, appunto a Stalingrado, l’icona veneratissima della Madre di Dio di Kazan, protettrice della Russia, erede delle antiche Madri del Paleolitico.

Forse un’ultima citazione di questa immagine archetipica si ritrova in un enciclica di Giovanni XXIII, significativamente intitolata Mater et Magistra. “Madre e maestra di tutte le genti, la Chiesa universale è stata istituita da Gesù Cristo perché tutti, lungo il corso dei secoli, venendo al suo seno ed al suo amplesso, trovassero pienezza di più alta vita e garanzia di salvezza. A questa Chiesa, colonna e fondamento di verità, (Cf. 1 Tm 3,15) il suo santissimo Fondatore ha affidato un duplice compito: di generare figli, di educarli e reggerli, guidando con materna provvidenza la vita dei singoli come dei popoli, la cui grande dignità essa sempre ebbe nel massimo rispetto e tutelò con sollecitudine. Il cristianesimo infatti è congiungimento della terra con il cielo, in quanto prende l’uomo nella sua concretezza, spirito e materia, intelletto e volontà, e lo invita ad elevare la mente dalle mutevoli condizioni della vita terrestre verso le altezze della vita eterna, che sarà consumazione interminabile di felicità e di pace” (15 maggio 1961).

 

Concludendo

Oggi l’idea ancestrale della Grande Madre sembra tramontata in un mondo che pare insensibile alle suggestioni di quella remotissima immagine. Forse la grande diffusione delle nevrosi, caratteristica del nostro tempo, potrebbe anche dipendere dal mancato ascolto dei messaggi dell’inconscio collettivo, che agiscono sui sistemi cognitivi delle persone come se si trattasse di organismi lesi, malfunzionanti, malati…

 

Bibliografia

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