‘Legioni di imbecilli’ alla conquista del ‘villaggio globale’: riflessioni pessimistiche sulla cyberdemocrazia

di Marco Ferrari

villaggio virtuale

L’ultima illusione sta per svanire. L’ultima utopia sta per essere disattesa. La democrazia della rete, la comunicazione globale, la condivisione delle intelligenze libere e dialoganti, tutto ciò che ha rinnovato la speranza di progresso dopo la confusione del passaggio di secolo e di millennio, si sta rivelando l’ennesima bolla di sapone. Se ancora si può parlare di “natura umana” nel mondo postmoderno, le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno virtualmente acceso un enorme riflettore per illuminarne, ancora una volta, la disarmante sproporzione tra eccellenza e miseria. Il villaggio globale teorizzato da McLuhan sembra essere popolato dalle legioni di imbecilli additate da Eco.

Il pessimismo di queste prime affermazioni, tuttavia, nasce dall’ottimismo della produzione teorica novecentesca. La comunicazione, per dirla con Habermas, è il terreno su cui si fondano la democrazia e l’etica. Il dialogo è l’interazione fondamentale che sfugge alle maglie ideologiche della cultura dominante. I valori etici, pertanto, passano attraverso un costante processo di formazione creato dalla discussione in seno ai vari soggetti sociali che, sotto determinate condizioni, propongono idee, punti di vista e soluzioni di problemi di interesse comune, ognuno con il proprio bagaglio concettuale e linguistico, conciliando le differenze (talvolta stridenti) con il rispetto di regole universali del discorso[1].

Perciò il dialogo, sostiene Freire, è la miglior forma possibile di educazione, perché stimola la domanda come atto di conoscenza, pone la curiosità come motore dell’apprendimento e apre l’esperienza individuale al contesto, alla conoscenza degli altri e delle diversità personali, sociali, culturali; una pedagogia della domanda è dirompente e radicale, attiva e creativa, in opposizione alla pedagogia della risposta, che semplicemente “estende” il sapere dal maestro all’allievo, nell’accettazione della disparità di conoscenza che diventa sapere bloccato, consegnato come un pacco, depositato già pronto[2].

Già Dewey aveva approfondito quello stretto legame tra democrazia e educazione, riflettendo sulla reciproca influenza di tutti i settori della conoscenza e dell’attività umana: la democrazia nasce dal basso, dall’interazione tra individui che discutono per giungere alla risoluzione dei problemi, mettendo in comune le proprie conoscenze; questo è vero all’interno di ogni comunità, tanto quanto nell’interazione tra diverse comunità, che si mettono in contatto a livelli sempre più alti, fino ad arrivare alle relazioni internazionali. Maggiore è il grado di educazione in senso ampio (non solo di istruzione bensì di elaborazione critica), maggiore è di conseguenza la capacità di partecipazione, la qualità dell’intervento e della risoluzione: una democrazia che educa gli individui all’interazione dialogica, forma una società continuamente pianificantesi al suo interno, in cui la precarietà tipica delle società democratiche diventa un punto di forza per l’evoluzione, per il cambiamento, anziché un ostacolo alla stabilità[3].

Quale migliore conseguenza, per la democrazia dialogica, dell’avvento di Internet e dell’incredibile possibilità di accesso alla comunicazione, che negli ultimi anni ha smesso di essere un effetto speciale da film di fantascienza, divenendo una realtà? Basta citare l’ottimismo quasi trascendentale di visioni come la “cyberdemocrazia” di Pierre Lévy per rendersi conto di quanta speranza sia stata riposta nel progresso della tecnologia digitale[4].

Lévy scrisse Cyberdemocrazia poco prima dell’attentato al WTC nel settembre del 2001. Era il periodo della prima grande espansione di Internet, dell’avvento di computer e sistemi operativi più facili da utilizzare per l’utente comune, delle prime esperienze su larga scala di digitalizzazione, condivisione e comunicazione a distanza. Tutto lasciava presagire uno spazio di possibilità infinite, la creazione di una realtà virtuale che avrebbe annullato gli angusti confini delle nazioni, delle città, delle località più isolate, e infine dell’individuo stesso e della sua dimora. L’orrore del 11 settembre 2001, però, non solo non ha fiaccato l’ottimismo di Lévy, ma lo ha convinto dell’urgenza di accelerare lo sviluppo tecnologico delle telecomunicazioni per favorire proprio quel dialogo internazionale e interculturale spezzato dal terrorismo. Un grande balzo in avanti, potremmo dire parafrasando Mao, verso la cyberdemocrazia planetaria, espressione concreta del principale concetto sociologico e filosofico dell’opera di Lévy, l’intelligenza collettiva: una comunicazione globale a distanza che, nel suo massimo sviluppo, riunisce le comunità in “gruppi di neuroni” di un unico cervello virtuale, in cui tutte le intelligenze individuali partecipano alla formazione di un pensiero collettivo. Non si tratta, come è evidente, di una visione puramente idealistica; la formazione dell’opinione pubblica a cavallo tra il XIX e il XX secolo è stata frutto dello sviluppo enorme della stampa, con la nascita dei giornali e la diffusione delle notizie. Ma già in precedenza, con l’invenzione stessa della stampa, la cultura aveva smesso di essere appannaggio delle élite ed era divenuta accessibile a un numero sempre maggiore di persone. È naturale che l’evoluzione dei mezzi di comunicazione possa ragionevolmente portare a un’evoluzione della comunicazione stessa, dei linguaggi e dei modi di interazione dialogica, lo ha dimostrato McLuhan riflettendo sulla relazione tra stampa, modernità e forma dei media[5].

Il problema della cyberdemocrazia è che accessibilità, partecipazione e dialogo fanno parte di un processo scevro da possibilità concrete di autoregolamentazione. Quando è uscita l’edizione italiana del saggio, a soli cinque anni dall’edizione francese, il curatore G. Bianco sottolineava nella sua introduzione che la possibilità di accedere alle comunicazioni telematiche non garantisce affatto l’apertura al dialogo, l’affermazione delle differenze, né lo sviluppo automatico di tendenze democratiche attraverso la tecnologia, come i fautori del liberismo tecnologico sostengono tuttora riprendendo il concetto di “mano invisibile” di Smith. Semplicemente, si rende possibile un discorso a distanza, peraltro inserito in meccanismi legati più a interessi info-economici che a un vero tentativo di aumentare il pluralismo delle informazioni e delle opinioni esprimibili.

Circa tre lustri dopo la sua entusiastica elaborazione, la rilettura di Cyberdemocrazia pare assumere i tratti malinconici di un progetto tradito dalla storia. La fiducia nella capacità dialogica dell’essere umano, fuori da analisi approfondite e calando l’osservazione nella quotidianità, rischia di essere umiliata dall’abuso sproporzionale del medium telematico rispetto alle sue possibilità relazionali. Il monito di McLuhan a capire i media e comprenderne il funzionamento e la parzialità, per evitare di subirne il fascino a scapito del distacco razionale e critico, acquista ancora una volta maggiore forza di fronte alla proliferazione di due fenomeni tipici del mondo virtuale, il cyber bullismo e le fake news, cui va aggiunta una pseudo-legittimazione di teorie del complotto vecchie e nuove. Il momento del dialogo, che nelle intenzioni di Lévy avrebbe dovuto svilupparsi in modo necessario verso la tolleranza e l’inclusione, si è trasformato troppo spesso in espressione di disprezzo per la diversità, di intolleranza verso scelte di vita, opinioni personali e persino aspetto fisico e scelte estetiche. Le possibilità di raccogliere informazioni sono inficiate dalla qualità delle informazioni stesse, riprodotte e diffuse senza alcuna verifica, ad alto rischio di manipolazione o falsificazione, unitamente alla difficoltà di molti utenti a discriminare tra notizie ufficiali, notizie ufficiose, opinioni di esperti, opinioni personali, valutazioni, ipotesi, dati reali, statistiche e bugie pure e semplici.

Comunicazione e linguaggio, allora, formano un potere biopolitico che si esprime attraverso media la cui struttura priva di contorni definiti (che potremmo definire “liquida”, con Bauman) è in linea con le ambiguità geopolitiche della globalizzazione capitalistica. Se infatti è vero che una maggiore partecipazione democratica espande le opportunità emancipatorie insite nella comunicazione dialogica, allo stesso tempo è concreto il rischio di spinte retrograde nella qualità del dialogo in sé; la partecipazione, in altre parole, necessita di preparazione, la democrazia, anche e soprattutto quella cibernetica, necessita di educazione adeguata al livello di interazione richiesto. Privo di tale preparazione, il complesso meccanismo democratico perde il suo momento più collettivo, il momento politico puro, quello di incontro e relazione tra soggetti individuali e sociali, dando adito a due problemi consequenziali: in primo luogo, l’equiparazione del valore di opinioni e idee dispari sul piano della conoscenza teorica e pratica, ricalibrando verso il basso l’atteggiamento critico nei confronti del principio di autorità, che Asimov denunciò nel suo famoso articolo sul culto dell’ignoranza[6]; in secondo luogo, l’uso dei media virtuali come mezzo democratico propedeutico alla diffusione di tensioni reazionarie antidemocratiche, investite di rinnovata dignità per la visibilità garantita dai media stessi.

Esiste dunque un evidente problema di capacità relazionali. Il dialogo, soprattutto se pubblico, è affetto da una sorta di immaturità perenne, per cui all’esame discorsivo dei differenti punti di vista si sostituisce con grande facilità l’ossessione di aver sempre ragione, di vincere sull’avversario (che viene considerato tale anche quando non lo è, tanto sui social media, quanto nei “salotti televisivi” o sui giornali). Viene da pensare, sulla scia di Fontana[7], al noto pamphlet di Schopenhauer L’arte di ottenere ragione[8], che in maniera simile al Principe di Machiavelli espone modi e tecniche con cui prevalere in una discussione, da una prospettiva assolutamente amorale di “distruzione” dell’interlocutore, anche quando non si abbiano più elementi validi per controbattere. Eppure, per quanto negativo possa sembrare nella sua possibile influenza (posto che comunque sia effettivamente letto da larghe masse), quel pamphlet è anche una fotografia di caratteristiche già presenti e diffuse nel modo di comunicare; la sua lettura, proprio come per Machiavelli, non dovrebbe soffermarsi sull’amoralità, quanto sull’opportunità di comprendere in maniera più chiara i meccanismi del discorso in seno al momento politico.

A questo punto, se possiamo permetterci di idealizzare lievemente il concetto di “villaggio globale” di McLuhan, può essere utile anche l’adozione di una ottica antropologica: l’espansione dei nostri sensi, ampliati dalla tecnologia che ci consente di vedere e udire a grandi distanze, rendendo l’informazione e la conoscenza pressoché istantanee, ci ha liberato dai limiti spazio-temporali delle nostre individualità, consentendoci di avere il mondo intero a nostra disposizione nel chiuso di una stanza; allo stesso tempo, però, la virtualità dell’espansione sensoriale ci ha trasformati in avatar, in immagini statiche bidimensionali rappresentative di ciò che noi vogliamo mostrare di noi stessi. Rappresentazioni personali, quindi, che interagiscono con altrettante rappresentazioni, dietro le quali si celano persone reali dalle quali siamo comunque divise e lontane, separate da schermi, testi, immagini ed elementi audiovisivi: paradossalmente siamo tutti collegati in ogni momento al di là del tempo e dello spazio, ma restiamo in ogni caso separati da quella stessa virtualità che ci avvicina. Per questo, probabilmente, siamo passati dal cartesiano cogito ergo sum a un postmoderno “digito ergo sum”: la nostra esistenza virtuale ha la sua essenza nella digitazione del nostro linguaggio, l’espressione dei nostri pensieri è tanto reale quanto lo è l’esistenza virtuale del testo, o forse meglio dell’ipertesto, in cui il nostro modo di comunicare si concretizza[9]. L’opportunità di evolverci verso un’intelligenza collettiva cyberdemocratica è proporzionale al rischio di atomizzazione della sfera pubblica in singole affermazioni d’opinione, in linguaggi individuali nei contenuti anche se condivisi nelle forme, nel peggiore dei casi impermeabili e dunque incomunicabili. Una diversa forma della sfera pubblica come luogo del consenso coatto, in cui la spontanea refrattarietà al dialogo critico possa insinuare di più e meglio le persuasioni sistemiche denunciate dalla Scuola di Francoforte[10].

In conclusione, usando una metafora magari grossolana, ma credo efficace, il villaggio globale si sta rivelando come il villaggio locale: luogo di pettegolezzi e maldicenze, di giudizi moralistici e di ipocrisie, dicotomico fra il profilo pubblico (virtuale) e la vita privata (reale), con una piazza centrale dove tutti passano e si conoscono l’un l’altro, forse disprezzandosi e mal sopportandosi più di quanto si voglia ammettere. «I social media», ha affermato Umberto Eco, «danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli»[11]; l’unico dubbio che permane è se si tratti davvero di un’invasione, di una conquista del villaggio globale, cui poter sperare di rispondere con le armi della critica e dell’educazione, o se in realtà questo nostro villaggio globale sia stato sempre così, con una “maggioranza silenziosa” che ha semplicemente iniziato a comunicare nel suo proprio linguaggio.

 

Note

[1] Cfr. Habermas J., Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, Roma-Bari 2011; e Etica del discorso, Laterza, Roma-Bari 2009.

[2] Cfr. Freire P., La pedagogia degli oppressi, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2002. Mi permetto inoltre di rimandare al mio Che cosa significa domandare? Dialogo e conoscenza in Paulo Freire, Aracne, Roma 2016.

[3] Cfr. Dewey J., Comunità e potere, La Nuova Italia, Firenze 1971; e Democrazia e educazione, La Nuova Italia, Firenze 1965. Mi permetto inoltre di rimandare al mio Radici hegeliane nel pensiero di John Dewey, Aracne, Roma 2014.

[4] Cfr. Lévy P., Cyberdemocrazia. Saggio di filosofia politica, Mimesis, Milano 2007.

[5] Cfr. McLuhan M., Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano 1967; e La galassia Gutenberg: nascita dell’uomo tipografico, Armando, Roma 1991.

[6] «C’è un culto dell’ignoranza negli Stati Uniti, e c’è sempre stato. Una vena di anti-intellettualismo si è insinuata nei gangli vitali della nostra politica e cultura, alimentata dalla falsa nozione che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”», tratto dall’articolo “Un culto dell’ignoranza” pubblicato su Newsweek il 21 gennaio 1980.

[7] Cfr. Fontana G., “L’ossessione di avere ragione”, consultabile in rete all’indirizzo: http://www.iltascabile.com/societa/ossessione-avere-ragione/

[8] Cfr. Schopenhauer A., L’arte di ottenere ragione esposta in 38 stratagemmi, Adelphi 1991.

[9] Mi permetto di rimandare al mio Biblioteca e formazione della cittadinanza attiva nell’era digitale, Anicia, Roma 2015, cap. 4. Aggiungerei che una tale separazione nel momento di massimo scambio comunicativo è, o rischia di essere, deresponsabilizzante; in una comunicazione interpersonale priva di conseguenze, con la “scusa” della virtualità, l’espressione personale diventa sfogo di pulsioni altrimenti represse nel rapporto reale. Per questo è facile che si riproponga il meccanismo della folla contro l’individuo, del linciaggio della persona che diventa bersaglio, simbolo bidimensionale contro cui scagliare pietre e frecce.

[10] Cfr. Adorno T.W., Horkheimer M., Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1966; e Marcuse H., L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata, Einaudi, 1967.

[11] Affermazione ormai nota, pronunciata all’Università di Torino in occasione del ricevimento della laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media”, nel giugno del 2015.

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