L’uomo è ciò che mangia. Breve nota su una citazione incompresa

di Marco Ferrari

feuerbach_4Ludwig Feuerbach, grande pensatore tedesco, capostipite della critica all’idealismo hegeliano e ispiratore di molti altri e più noti filosofi a cavallo tra XIX e XX secolo, è conosciuto ai più per la famosa affermazione “l’uomo è ciò che mangia”, oggi non sempre ricondotta a lui e spesso distorta nel suo significato, profondamente materialista. Una frase certamente forte, ma usata a sproposito, in modi incongrui, o citata come se fosse un aforisma di Nietzsche – e travisata allo stesso modo, fino a diventare una sorta di mantra per salutisti, se non addirittura una forma di “pensiero magico”, in odore di New Age.

Pare che un noto esponente della sinistra lo abbia recentemente tirato in ballo nella risposta a un’affermazione di un noto esponente della destra, secondo il quale “la cultura non si mangia”. Per il primo, l’avversario avrebbe una visione feuerbachiana dell’uomo, dato che secondo Feuerbach l’uomo “è solo un tubo digerente”. Con questo voleva certo sminuire l’avversario, ma anche attribuire al filosofo tedesco una visione rozzamente riduttiva dell’essere umano a una macchina, senza altra natura che quella animale.

Ora, Feuerbach è uno dei filosofi fondamentali della sinistra, a iniziare da quei Giovani hegeliani che avrebbero scosso la cultura occidentale e preparato il terreno al progressismo nel XX secolo, dunque vi è più di una ragione per “correggere” l’errore interpretativo. Per comprendere dove stia questo errore, tanto grossolano quanto lo è la visione pseudo-utilitarista della cultura, è bene spiegare da dove la frase in questione provenga e perché sia stata detta, quale sia cioè la sua ragion d’essere.

L’arcinota frase “l’uomo è ciò che mangia” si trova inizialmente in uno scritto minore di Feuerbach, la recensione all’opera Dell’alimentazione di Jacob Moleschott, uno studioso di fisiologia appassionato di materialismo il quale, proprio sulla scia de L’essenza del cristianesimo di Feuerbach, condusse una lunga critica antispiritualistica, che in questo trattato trova una punta di spicco nel ricercare la base materiale e fisiologica delle attività spirituali nella stessa mente umana: ossia, come i pensieri siano influenzati dalle sostanze che la persona ingerisce, in un continuo rincorrersi di pensieri e sensazioni fisiche.

Mentre i reazionari tacciavano l’opera di immoralità, nel recensirlo Feuerbach scrisse che era “uno scritto importantissimo, anzi rivoluzionario tanto sotto i rapporti filosofici che etici e persino politici”. Tanto che alcuni anni dopo, nel 1862, il filosofo riprese e ampliò l’argomento in un saggio dal titolo Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia, in cui scrisse con chiarezza:

“La fame e la sete abbattono non solo il vigore fisico, ma anche quello spirituale e morale dell’uomo, lo privano della sua umanità, della sua intelligenza e coscienza. La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello, in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia.”

Qui sta la ragione della frase: si tratta, al contempo, di una provocazione per farsi beffe dei reazionari e del loro oscurantismo, e di una forte affermazione dell’unità psicofisica dell’essere umano. Il significato reale di “l’uomo è ciò che mangia” consiste nell’affermare che l’uomo non può prescindere dalla realtà, né dalla sua natura, che consiste nell’unità di corpo, ragione e sentimento, cioè di materia e facoltà superiori. Questo ne rende chiara ed evidente la scorretta interpretazione. Nel tentativo di accusare un avversario di ridurre l’uomo a meccanismo di alimentazione, cui non servirebbe la cultura perché non è utile alla sopravvivenza, si cita un pensatore il quale usava una battuta fortemente riduttiva per rimarcare, invece, una maggiore complessità della persona umana. Non puro spirito legato a un involucro di materia e neppure corpo privo di coscienza, bensì un essere in cui funzioni mentali e corporee sono tutt’uno.

Dal punto di vista politico, comunque, è pur sempre un errore di valutazione. Entrambi gli esponenti dell’élite hanno umiliato i concetti di cultura e di alimentazione, in un rincorrersi di superficialità e ignoranza. Resta l’incapacità di comprendere l’importanza della critica ottocentesca all’idealismo filosofico, che era stata denominata “sinistra hegeliana” proprio in riferimento alla politica: la riforma, cioè, in senso materialistico di un pensiero astratto per cui il mondo era capovolto, basato sullo spirito anziché la natura; un mondo e un pensiero da rimettere in piedi, attraverso la critica spregiudicata dell’esistente. Da questo sovvertimento sono nati il radicalismo democratico, l’idea di libertà di culto e di ateismo, la rivalutazione “antiromantica” della scienza e della ragione, la possibilità di un’etica basata sul rispetto dei propri simili in quanto esseri umani, la comprensione della natura antropologica della religione, fino al materialismo storico e al socialismo scientifico. Di cos’altro può nutrirsi non solo una sinistra, ma più in generale una cultura laica, che voglia definirsi tale? Se c’è una cosa difficile da ritrovare, oggi, nei partiti e negli esponenti politici, è proprio una visione feuerbachiana.

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