Maternità surrogata, turismo riproduttivo e questioni morali

di Ivan Valia

maternità

Nel panorama legislativo italiano è ancora assente una legge che consenta il ricorso alla maternità surrogata. L’articolo 12, comma 6, della Legge 40/2004, stabilisce infatti che «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro».

In linea con tale divieto vi è la posizione contraria del Comitato Nazionale di Bioetica che, con particolare riferimento alla gestazione per altri a titolo oneroso, ha più volte condannato «la mercificazione del corpo umano»[1].

Il CNB «ha ricordato e fatto proprio il disposto dell’art. 21 della Convenzione di Oviedo sui diritti umani e la biomedicina (1997): “Il corpo umano e le sue parti non debbono essere, in quanto tali, fonte di profitto”, disposto che, ribadito dall’art. 3 della Carta Europea dei Diritti Fondamentali (2000), costituisce uno dei principi etici dell’Unione europea. Il CNB ricorda che la maternità surrogata è un contratto lesivo della dignità della donna e del figlio sottoposto come un oggetto a un atto di cessione. Il CNB ritiene che tale ipotesi di commercializzazione e di sfruttamento del corpo della donna nelle sue capacità riproduttive, sotto qualsiasi forma di pagamento, esplicita o surrettizia, sia in netto contrasto con i principi bioetici fondamentali che emergono anche dai documenti sopra citati»[2].

Anche l’orientamento dell’ordine nazionale dei medici va in questa direzione. Il codice deontologico del 1998 all’articolo 42 vieta al medico «anche nell’interesse del bene del nascituro, di attuare […] forme di maternità surrogata». Il divieto è stato confermato all’articolo 44 del codice del 2006 mentre, nella versione più recente (maggio 2014), la sfera sessuale e riproduttiva diventa oggetto di un’analisi più specifica all’interno del Titolo VI, che si occupa più diffusamente di procreazione medicalmente assistita. Viene sancita l’illiceità di ogni pratica a fini di selezione etnica o genetica, non consentendosi la «produzione di embrioni ai soli fini di ricerca e ogni sfruttamento commerciale, pubblicitario, industriale di gameti, embrioni e tessuti embrionali o fetali».

Il vuoto legislativo italiano è stato in piccola parte colmato da una serie di principi desumibili dagli orientamenti giurisprudenziali italiani e comunitari che si sono affermati nel corso degli ultimi anni.

Tra tutte va citata la pronuncia 24001/2014 della Corte di Cassazione, relativa al caso di una coppia che ha richiesto la trascrizione dell’atto di nascita di un bambino nato in Ucraina mediante maternità surrogata ponendo, a fondamento delle proprie ragioni, l’interesse superiore del minore, individuato all’interno del rapporto di affezione che nel frattempo si era creato tra il bambino e i genitori. La Suprema Corte ha negato l’adozione del minore dato che, trattandosi di surrogazione di maternità eterologa, non si sarebbe potuta realizzare la prevalenza della maternità biologica rispetto a quella genetica. Inoltre il contratto di maternità surrogata sarebbe stato nullo in quanto contrario all’ordine pubblico, che di fatto costituisce il vero limite per la trascrivibilità nel nostro paese, come stabilito dal D.P.R. 396/2000, secondo cui «gli atti formati all’estero non possono essere trascritti se sono contrari all’ordine pubblico».

Tuttavia è da rilevare che il principio della discendenza biologica potrebbe per certi versi contrastare con quanto stabilito dall’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che utilizza, quale riferimento principale per il rispetto della dignità della persona, il più ampio concetto di “vita familiare”. E anche la contrarietà all’ordine pubblico dovrebbe riferirsi non solamente a quanto stabilito dal D.P.R. succitato, ma rientrare, al contrario, nell’ottica più estesa del rispetto dei diritti fondamentali comuni ai diversi orientamenti, tra cui evidentemente rientrano anche i principi sanciti all’interno della nostra carta costituzionale. È chiaramente la Costituzione, infatti, il parametro finale per valutare se sia possibile o meno la trascrizione dell’atto straniero col quale si è proceduto a maternità surrogata.

Quale che sia il quadro dei principi che regolano la materia anche a livello comunitario, il fenomeno in esame ha assunto ormai portata mondiale, ed è in costante aumento anche in Italia. La sensazione diffusa è che il sempre più repentino mutamento della realtà sociale e lo stravolgimento dei nuclei familiari “tradizionali” abbiano dato un nuovo indirizzo alla coscienza collettiva. Come sovente capita, il rapido sviluppo delle tecniche in campo medico e biologico fa sì che i risultati ottenuti siano molto più avanti tanto delle norme di diritto positivo, tanto delle formulazioni di principio che non riescono né ad arginare né a governare la rapida ascesa del fenomeno[3].

Proprio con particolare riguardo alla maternità surrogata uno degli esiti più evidenti di tale evoluzione è costituito dalla scissione di due elementi un tempo considerati strettamente connessi tra di loro, ossia la sessualità e la procreazione. «Se infatti – a fronte della rivoluzione sessuale degli anni ’70 – si è affermato il diritto a una sessualità senza riproduzione e al di fuori del legame coniugale, che ha portato al diffondersi di tecniche contraccettive e alla disciplina sull’interruzione volontaria di gravidanza, l’evolversi delle tecnologie biomediche ha permesso di dissociare in senso opposto il binomio: è diventato possibile, in altre parole, parlare di riproduzione senza sessualità»[4].

Dal 2004 fino ad oggi, proprio a causa dell’espresso divieto legislativo italiano, è notevolmente aumentato il turismo cosiddetto riproduttivo[5], alimentato tanto dai single quanto dalle coppie che sono alla costante ricerca di una soluzione che dia una tutela piena ed effettiva al principio di autodeterminazione.

Il legislatore sembra trascurare il fatto che ad un più facile accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita non per forza di cose si configura un corrispettivo ed adeguato sistema di tutela e garanzia. Il desiderio di genitorialità, accompagnato alla legittima aspirazione di veder garantito il proprio diritto alla libera determinazione delle scelte riproduttive, si scontra poi inevitabilmente con una realtà altamente complessa, che non di rado all’estero è caratterizzata da strutture che, a fronte di costi accessibili, non sono in grado di garantire un adeguato livello di sicurezza per la salute dell’individuo.

Il quadro dei principi fondamentali, per quanto costituisca la più grossa garanzia per la realizzazione di un attento bilanciamento tra i numerosi interessi coinvolti e nonostante sia l’unica risposta possibile agli infiniti dilemmi di natura morale connessi al fenomeno, da solo sembra non essere in grado di fornire risposte idonee ai risvolti di natura pratica che derivano dalla diffusione del fenomeno anche nel nostro paese.

All’interno di uno scenario decisamente articolato, una riposta normativa appare necessaria, innanzitutto poiché riempirebbe maggiormente di senso i principi che negli ultimi anni, soprattutto per via giurisprudenziale, hanno contribuito a rintracciare «l’equilibrio tra biologia, sociologia e simbolismo applicati ad un’immagine di famiglia in evoluzione»[6].

Ma, più di ogni altra cosa, l’intervento legislativo sembra essere la soluzione più idonea affinché si realizzi un efficace sistema che, scongiurando i rischi che derivano dal turismo riproduttivo, correlativamente assicuri il pieno rispetto della tutela della salute e della dignità di tutti i soggetti coinvolti nel processo procreativo.

 

Note

[1] Mozione sulla compravendita di organi a fini di trapianto, 18 giugno 2004; Mozione sulla compravendita di ovociti, 13 luglio 2007; Parere sul Traffico illegale di organi umani tra viventi, 23 maggio 2013

[2] Mozione contro la maternità surrogata, 18 marzo 2016.

[3] Cfr. H. Atlan, L’utero artificiale, Giuffrè, Milano 2006, 28.

[4] M. Di Masi, Maternità surrogata: dal contratto allo “status”, in Riv. crit. dir. priv., 2014, 4, 616.

[5] Le possibilità di ricorrere a pratiche di maternità surrogata all’estero si scontrano con un panorama internazionale altamente variegato. Ad esempio, mentre Spagna, Germania e Francia vietano ogni forma di maternità surrogata, in Irlanda, Paesi Bassi, Belgio e Repubblica Ceca, per restare al continente Europeo, non vi è una legislazione specifica. Vi sono poi casi, come quello del Regno Unito, in cui la maternità surrogata è limitata ai soli cittadini ed è consentita solo a titolo gratuito. Per un’analisi più dettagliata si vedano i dati forniti da “Families Through Surrogacy” (http://www.familiesthrusurrogacy.com).

[6] C. Byk, Regole per la procreazione, in Una norma giuridica per la bioetica, (a cura di Mazzoni C.M), Il mulino, Bologna 1998, 1994.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *