Postdemocrazia e ‘Modello Singapore’: questioni dell’educazione reticolare

di Marco Ferrari

Nota redazionale – Quanto segue è il testo in versione italiana della relazione presentata alla 1st International Conference of the Journal Scuola Democratica «Education and Post-democracy», University of Cagliari and Sassari, Italy, June 6 – 7 – 8, 2019. Il titolo della versione originale, redatta in lingua inglese, è «Public Governance in Smart Cities: educational issues in a continuously planning society», discussa nella track session «A.07. A New Democratic School to limit the Post-democracy’s Power». Viene qui riprodotto assieme alle diapositive della presentazione, con il consenso dell’autore.

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Buongiorno a tutti.

Il tema di cui mi occuperò è potenzialmente molto vasto e complesso. La realtà sempre più diffusa delle cosiddette smart city, le città intelligenti, i cui sistemi sono integrati grazie alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (New Information and Communication Technologies – NICT), pone alcune questioni educative che riguardano la preparazione delle persone a un grado di interazione crescente in modo esponenziale, già in parte sperimentabile attraverso le reti sociali. Una preparazione che investe l’idea di cittadinanza, e di cittadinanza attiva in particolare, che è poi il cuore del rapporto tra Educazione e Postdemocrazia.

Non è possibile in questa sede entrare nei dettagli delle questioni inerenti. Qui e ora mi limiterò a tracciare dei “sentieri”, o se preferite delle coordinate, pero provare a raggiungere un quadro ottimale della situazione odierna e di cosa può essere interessante tener conto nel corso dell’attività pedagogica.

Vediamo perciò di capire, innanzitutto, cosa intendiamo per “public governance”, “smart city”, “continuosly planning society” e quali siano le correlate “educational issues”. E come tutto ciò si rapporti al problema dell’incipiente democrazia autoritaria che sta prendendo piede nel contesto della postdemocrazia di Colin Crouch.

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Iniziamo dal contesto generale. La moderna società post-industriale, organizzata secondo il modo di produzione capitalistico innestato sulla democrazia liberale, subisce cambiamenti costanti. La velocità di evoluzione della tecnologia accelera anche i processi economici e socio-politici, aumentando in modo direttamente proporzionale la velocità di evoluzione della civiltà stessa.

Negli ultimi quarant’anni, in particolare, c’è stato questo sviluppo impressionante delle caratteristiche fondamentali della modernità: la globalizzazione del libero mercato è al suo picco, l’incidenza dell’economia nella vita quotidiana degli individui è diventata sempre più forte e quel che prima era considerato una “struttura fondamentale” alla base dell’organizzazione sociale, è ora diventato la società stessa.

Il rapido sviluppo delle Nuove Tecnologie ha accelerato il modo di raccogliere e gestire dati e informazioni: basti pensare che se la radio ha impiegato 38 anni per raggiungere i 50 milioni di utenti e la televisione ne ha impiegati 43, Internet ha raggiunto e superato questo valore in meno di 5 anni. Questa diffusione ha creato una nuova forma di interazione: la possibilità di comunicare attraverso uno schermo in qualsiasi punto del globo, cosa che favorisce lo scambio reciproco di informazioni.

Allo stesso tempo, quando si dice “post-industriale”, si intende una trasformazione economica che vede l’espansione del settore dei servizi e la compressione di quello industriale, per cui la produzione di informazioni supera in valore sociale quello della produzione di beni.

L’importanza assunta dall’apprendimento, dall’informazione e dalla comunicazione rende allora urgente il diritto e il dovere di stare al passo con l’evoluzione sociale. Per decenni il ruolo degli intellettuali (organici o tradizionali) è stato quello di imparare a cercare informazioni, socializzarle attraverso i mezzi di comunicazione, integrarle con la conoscenza degli altri, e infine trasmetterle in una produzione di pensiero critico; ma oggi questo è diventato il momento costitutivo del ruolo sociale di ogni cittadino, in quanto tale.

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Siamo dunque di fronte a un tipo di società che è costitutivamente mutevole, o precaria se preferite, che nella sua mobilità infinita deve rivedere in continuazione le proprie traiettorie, in ogni campo di attività.

Dicevo della “continuously planning society”: per aiutarci a comprendere questa precarietà che caratterizza in particolare le società democratiche, possiamo riprendere la distinzione di Dewey tra società pianificata e, appunto, società che pianifica costantemente. Posto che i modelli cui Dewey si riferiva erano le democrazie americana ed europea e i totalitarismi (europei e asiatici), vediamo che la società pianificata si basa su uno schema imposto dall’alto, che prevede l’adeguamento di tutta la vita sociale alle direttive che portano alla realizzazione di uno scopo determinato. Pertanto, utilizza una coercizione sia fisica che psicologica nel conformare le azioni ai disegni finali. Questo presupposto di un “obiettivo finale” nega ogni possibilità di dibattito e quindi di cooperazione tra i cittadini.

Al contrario, una società in continua pianificazione è attenta al controllo sociale più ampio e articolato dei risultati della liberazione dell’intelligenza, attraverso la più ampia forma di interscambio cooperativo. Il metodo democratico consente di discutere ogni scopo, promuove la collaborazione e la partecipazione.

Ciò si ricollega all’idea di John Dewey sulla nascita della democrazia: questa è costruita dal basso, dalle piccole comunità in interazione, il cui movimento si riflette alle regioni, agli Stati, fino ai rapporti internazionali. La formazione è perciò fondamentale, in quanto finalizzata al miglioramento delle capacità e dell’intelligenza degli individui, che si adatta al ritmo del continuo cambiamento della società. In questa formazione, la cooperazione gioca un ruolo primario: incoraggia le persone a tendere verso un dialogo costruttivo per la risoluzione dei problemi.

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Avendo in mente questa interpretazione, dobbiamo allora dare uno sguardo all’evoluzione della Public Governance, del governo della cosa pubblica, nella società post-industriale.

Sin dalla nascita dei moderni Stati-nazione, lo Stato ha rivestito un ruolo predominante nella gestione del settore pubblico. Anche nelle più differenti configurazioni socio-politiche, per lungo tempo il modello statalista si è basato sull’amministrazione centralizzata, su una vasta burocrazia e, più in generale, su un concetto di superiorità delle istituzioni rispetto al cittadino.

Questo modello ha iniziato a cedere negli ultimi decenni del secolo scorso. Dagli anni ’80, il decennio di sviluppo del monetarismo, si è diffuso il concetto di New Public Management, che ha rinnovato la governance pubblica secondo criteri economici, simili al governo d’impresa. Questo nuovo paradigma di gestione applica alcune dinamiche di mercato a settori generalmente al di fuori del mercato stesso. La gestione del settore pubblico viene orientata alla soddisfazione dell’interesse pubblico, attraverso la semplificazione dei processi decisionali, maggiore flessibilità, miglioramento dell’efficienza burocratica, graduale separazione tra la gestione dei servizi e la fornitura degli stessi (ad esempio, affidando i servizi a entità private sotto contratto), ecc. Questo paradigma, di cui esistono molti modelli ed esempi, mira a una forma di “governo senza governo”, ossia all’eliminazione del centralismo statale, e all’aziendalizzazione amministrativa, il cui rapporto con i cittadini diventa a questo punto un rapporto con i consumatori, con la clientela.

Una tale ridefinizione del settore pubblico non è però esente da critiche, che battono sull’inadeguatezza di questo paradigma proprio a causa dei processi che formano le smart city. La Public Value Theory, teoria del valore pubblico che ha preso piede già dai primi anni del Duemila, evidenzia che la componente economica, di per sé, non è sufficiente per far progredire un organismo in continua evoluzione come una città.

Il punto non è solo quello di razionalizzare la pubblica amministrazione, ma anche di integrare la partecipazione dei cittadini. La sfera pubblica acquista così un valore di alternativa tanto al centralismo statale quanto al governo d’impresa, portando la componente sociale e politica allo stesso livello di quella economica, con valori condivisi come l’identità culturale che contribuiscono alla coesione sociale. I problemi riguardano quindi il benessere, l’inclusione, l’accesso ai servizi, la cura dell’ambiente urbano e ogni altro aspetto non direttamente commercializzabile.

Il primato dell’individuo sulla società significa il primato del consumatore sul cittadino, e quindi il consumo passivo piuttosto che la partecipazione attiva.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di passare dal New Public Management a un paradigma basato sulla rete, cioè una struttura reticolare della società, che, come i social network e la struttura di Internet, si diffonde orizzontalmente tra i cittadini, i quali possono incontrarsi in gruppi sociali partecipativi e comunicanti.

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In questo contesto, l’innovazione tecnologica si presenta come la “pietra angolare” della trasformazione sia in termini di governance pubblica che in termini di organizzazione della vita nelle città. Di fatto, non è possibile affrontare la governance pubblica e le città intelligenti come due questioni separate: una città più veloce ha bisogno di un governo altrettanto veloce. Bisogna però capire meglio cosa sia una città intelligente, cosa significhi questa “intelligenza” e, di conseguenza, come configurare un’adeguata governance pubblica.

L’idea di “intelligenza” applicata a qualcosa, è simile a una trovata pubblicitaria: l’oggetto più riconoscibile con questo aggettivo è sicuramente lo smartphone, che non è un semplice telefono, ma un dispositivo che può offrire molte funzioni, come scattare fotografie, connettersi a Internet, ecc. Questo tipo di telefono è “intelligente” perché ha versatilità nel risolvere problemi diversi e ottimizzare il tempo e le risorse di chi lo usa.

Da questa idea di “intelligenza”, otteniamo quindi il concetto secondo cui “intelligente” significa capace di innovare e creare conoscenza per prendere decisioni. Tuttavia, se è relativamente facile applicare l’aggettivo “intelligente” a un oggetto di consumo, è meno facile capire come definire un’intera città come “intelligente”, come smart.

Diversi fattori caratterizzano la smart city: innovazione, nuove funzionalità, sostenibilità, mobilità, comunicazione, sicurezza, comfort, connettività. Tutto ciò si esprime attraverso l’accesso alle Nuove Tecnologie, la partecipazione ai processi decisionali, l’interazione tra le persone e l’uso dell’intelligenza umana accanto all’intelligenza tecnologica.

L’esempio della rete di distribuzione elettrica è emblematico. Vedete nella diapositiva due rappresentazioni: una tradizionale, in cui la produzione è centralizzata, i flussi di distribuzione sono uni-direzionali, l’attività si basa su uno storico di dati aggiornato a scadenze medio-lunghe, ecc.

L’altra è la rete intelligente, la Smart Grid: stiamo parlando di edifici in grado di ottimizzare il consumo di energia, inserendosi in una rete di consumo razionale della città e persino di produrre energia, restituendola alla città. La produzione è sia centrale che periferica, i consumatori diventano a loro volta produttori, si lavora su dati aggiornati in tempo reale per regolare la produzione in base alle esigenze ed evitare gli sprechi, e via dicendo.

La città intelligente è perciò una città più integrata e interattiva, dove cittadinanza e servizi si incontrano grazie alle infrastrutture digitali.

Vi pregherei di tenere a mente queste due schematizzazioni, perché possono essere applicate anche ad altri ambiti per segnare la differenza di paradigma tra forme vecchie e nuove di costruzione sociale.

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Ci ritroviamo insomma alle prese con una sorta di “cultura cibernetica”, in cui molti sentieri possono essere intrapresi per comprendere la natura dei cambiamenti sociali e politici derivanti dalle Nuove Tecnologie e dalle Smart City.

Già McLuhan aveva preconizzato l’idea del Villaggio Globale. Lo sviluppo tecnologico accompagna l’allargamento della prospettiva sociale e politica dal piccolo villaggio (il territorio locale, limitato, individuale) alla totalità del mondo. Ciò che caratterizza il villaggio globale è l’interconnessione, un facile accesso alla comunicazione e la moltiplicazione delle diversità nell’interazione. Possiamo aggiungere che la visione di McLuhan ha avuto molto successo, grazie alla globalizzazione attraverso Internet, quindi l’espressione “villaggio globale” sembra ora indicare la riduzione del mondo intero in un singolo villaggio, dove tutti possono comunicare e conoscersi . Non è sinonimo di democrazia, ma può essere un’opportunità per lo sviluppo democratico.

L’avvento di Internet e dell’incredibile possibilità di accesso alla comunicazione ha generato visioni come la “cyberdemocrazia” di Lévy, espressione concreta del suo principale concetto sociologico e filosofico, l’intelligenza collettiva: una comunicazione globale che, nel suo massimo sviluppo, riunisce le comunità in “gruppi di neuroni” di un singolo “Cervello virtuale”, in cui tutte le intelligenze individuali partecipano alla formazione di un pensiero collettivo. Non è una visione puramente idealistica; la formazione dell’opinione pubblica a cavallo tra XIX e XX secolo fu il risultato dell’enorme sviluppo della stampa, con la nascita dei giornali.

Sul piano politico, l’atomizzazione delle soggettività storiche in gruppi sparsi di individui ha tolto terreno alle possibili alternative del moderno; ma la critica del sistema capitalistico attuale, uscito vincitore dal confronto con i sistemi collettivistici, ha generato nuove idee di alternativa sociale, adatte al paradigma reticolare di cui dicevamo.

Un esempio di teoria politica che ha attirato molta attenzione, al di là di come la si pensi in merito, è l’idea del Comune elaborata da Negri e Hardt: cioè il complesso insieme di bisogni, capacità, e produzione biopolitica degli individui. Pertanto, la costruzione di un’alternativa oggi si crea lavorando per una vita sociale al di là dei settori pubblico e privato. Superare il binomio pubblico-privato significa ridare valore e priorità politica a ciò che è comune: beni comuni, spazi comuni, come progetto e prospettiva di fronte al modello economico globale. Questa idea si inscrive nella relazione tra il mondo globalizzato e multicentrico, e la moltitudine, ossia l’insieme delle singolarità, non schiacciate o omologate, libero ed espressivo nella produzione di idee, nei modi di comunicare, di risolvere problemi, ecc. La comunicazione e il linguaggio, quindi, formano un “potere biopolitico” che si esprime attraverso i media, la cui struttura senza contorni definiti è in linea con le ambiguità geopolitiche della globalizzazione capitalista.

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La fiducia nella capacità dialogica dell’essere umano potrebbe essere “umiliata” dall’abuso sproporzionato del medium telematico rispetto alle sue possibilità relazionali. L’avvertimento di McLuhan di “comprendere i media”, il loro funzionamento e la loro parzialità, al fine di evitare di subirne fascino a scapito del distacco razionale e critico, acquista ancora una volta maggiore forza di fronte alla proliferazione di alcuni fenomeni tipici del mondo virtuale: il cyberbullismo, le fake news e una legittimazione di teorie del complotto vecchie e nuove. Il momento del dialogo, che nelle intenzioni di Lévy avrebbe dovuto svilupparsi verso la tolleranza e l’inclusione, troppo spesso si è trasformato in un’espressione di disdegno per la diversità, di intolleranza verso le scelte di vita, le opinioni personali e persino l’aspetto fisico. L’interazione avviene soprattutto tra avatar, immagini bidimensionali cui manca la profondità del contesto reale. Le possibilità di raccolta delle informazioni sono influenzate dalla qualità delle informazioni stesse, riprodotte e diffuse senza alcuna verifica, ad alto rischio di manipolazione o falsificazione, insieme alla difficoltà di molti utenti di discriminare tra notizie ufficiali, notizie non ufficiali, opinioni di esperti, opinioni personali, valutazioni, ipotesi, dati reali, statistiche e semplici bugie.

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La logica della cyberdemocrazia è che l’accessibilità, la partecipazione e il dialogo sono parte di un processo di autoregolamentazione, in modo simile al concetto economico della “mano invisibile” di Smith. Tuttavia, a distanza di alcuni anni dalla prima edizione del saggio, questo processo si è rivelato privo di concrete possibilità di autoregolamentazione. La possibilità di accedere alle comunicazioni telematiche, infatti, non garantisce affatto l’apertura al dialogo, l’affermazione delle differenze, né lo sviluppo automatico delle tendenze democratiche attraverso la tecnologia. È solo possibile fare un discorso a lunga distanza, per di più inserito in meccanismi legati a interessi info-economici, piuttosto che un vero tentativo di accrescere il pluralismo dell’informazione e delle opinioni.

Se è vero che una maggiore partecipazione democratica espande le opportunità di emancipazione inerenti alla comunicazione dialogica, allo stesso tempo è concreto il rischio di spinte retrograde nella qualità del dialogo stesso. La democrazia, in particolare quella “cibernetica”, richiede un’educazione adeguata al livello dell’interazione richiesta. Senza questa preparazione, il complesso meccanismo democratico perde il puro momento della relazione tra soggetti individuali e sociali, sollevando due problemi consequenziali. In primo luogo, l’equalizzazione del valore di opinioni e idee “dispari”, a livello teorico e pratico, ricalibrando verso il basso l’atteggiamento critico verso il principio di autorità (che Asimov ha denunciato come “un culto dell’ignoranza”). In secondo luogo, l’uso dei media virtuali come mezzi democratici per la diffusione di tensioni anti-democratiche, investiti con rinnovata dignità per la visibilità garantita dai media stessi. L’opportunità di evolvere verso un’intelligenza collettiva è proporzionale al rischio di atomizzazione della sfera pubblica in singole dichiarazioni di opinione, nel peggiore dei casi “impermeabili” l’una all’altra e quindi incomunicabili.

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Spendiamo allora qualche parola sul ruolo assegnato alla sfera pubblica nei regimi democratici e autoritari. Il potere istituzionale ha bisogno allo stesso tempo della partecipazione e del consenso, che implicano sia la possibilità di criticare il potere stesso, sia di agire nella sfera politica senza conflitti. Un regime democratico è tanto attivo e vitale, quanto più favorisce la partecipazione; in un regime autoritario, il consenso è molto più importante e una cittadinanza conforme alle direttive è necessaria per l’attuazione delle politiche previste. Ciò investe la questione dei valori che modellano la società e inquadrano l’etica del cittadino. Se in democrazia è l’interazione di idee diverse a formare l’etica, nell’autoritarismo questa è codificata e imposta dall’alto, afferendo a posizioni ideologiche di origine politica o religiosa, per le quali esiste una sorta di “verità” che distingue a priori tra giusto e sbagliato, a cui ogni individuo deve conformarsi. Questa è la differenza tra lo stato di diritto e lo stato etico; tuttavia essa non è sempre chiara, dato che anche nella democrazia possono esserci forti posizioni dominanti che influenzano pesantemente i valori etici condivisi. Per alcuni esponenti della Scuola di Francoforte, sostenitori della teoria critica della società, anche nei regimi democratici c’è una propensione a rendere la sfera pubblica un luogo di “consenso forzato”, grazie alla persuasione dei modelli sociali imposti dall’industria culturale. Una cultura consumistica programmata per l’autoconservazione del sistema sociale: individui massificati in consumatori passivi, con bisogni indotti a determinare il loro consumo; modelli imposti e valori funzionali agli interessi della società o delle classi dominanti.

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Interessante, come risposta al pessimismo dei francofortesi, è l’analisi di Habermas. Secondo lui, la comunicazione sociale può portare alla fondazione di valori etici derivanti dal dibattito, dal discorso. Ciò accade in varie fasi che possiamo provare a sintetizzare. L’opinione pubblica nasce dall’interazione dei vari soggetti sociali, ognuno dotato di un proprio linguaggio: la comunicazione tra gruppi nello spazio pubblico si traduce nella condivisione di opinioni e idee di parte, che divenendo “maggioranza” acquista un valore d’influenza sui meccanismi sociali e politici. Questo dibattito collettivo si concentra sui problemi di interesse comune e si basa sul metodo dell’argomentazione razionale, piuttosto che sull’autorità o sulla tradizione. Se è vero che la sfera pubblica si è ridotta a un luogo di consenso forzato, è anche vero che le democrazie hanno spianato la strada a un modello sociale in grado di risolvere consensualmente i conflitti di interesse che sorgono tra i suoi membri.

L’evoluzione di queste idee sfocia in un paradigma intersoggettivo, in cui il soggetto non è una coscienza solitaria che interagisce con l’ambiente, ma piuttosto un soggetto pubblico strutturato linguisticamente. La coscienza soggettiva si forma all’interno di una comunità linguistica, quindi la relazione tra soggetto e linguaggio è anche pragmatica, basata sull’uso che il primo fa del secondo. Il paradigma intersoggettivo è quindi un paradigma dialogico. La conseguente teoria del linguaggio pragmatico indaga quindi sulle condizioni universali e necessarie che sono alla base di ogni possibile comunicazione linguistica finalizzata all’accordo. Queste condizioni sono la correttezza, la verità e l’istanza di comprensibilità. Se solo una di queste affermazioni non è soddisfatta, l’accordo tra gli interlocutori non ha luogo e si perde la possibilità di una discussione razionale. Inoltre, queste regole implicano che la comunicazione avviene tra esseri uguali e liberi da condizionamenti esterni o interni, in modo tale che le posizioni prese non siano dettate da forza, autorità o interesse, ma solo dalla capacità di convincere le migliori ragioni.

Il risultato di questa teoria pragmatica del linguaggio è l’etica del discorso. L’adempimento di tutte le condizioni crea la condizione discorsiva ideale, formando un modello di società basata sull’eguaglianza dei partecipanti al dialogo, sulla soluzione razionale dei problemi attraverso di esso e quindi sulla condivisione di interessi universali. Il modello della comunità democratica (ideale) diventa una norma da seguire come obiettivo per la società reale, anche con tutti i suoi difetti e malfunzionamenti.

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Tuttavia, è il sistema educativo pronto a formare le persone, quindi i cittadini, nel modo proposto da Habermas? È possibile una democrazia dialogica, attraverso un’educazione dialogica? Il miglior esempio, a parer mio, di educazione aperta e comunicativa è costituito dall’opera di Paulo Freire, il quale ha mosso una critica pressante alle forme standardizzate di educazione “estensionista”, contrapponendovi un’educazione comunicativa e dialogica. Egli basa la sua pratica pedagogica sull’idea che lo studente possa assimilare l’oggetto di studio attraverso una pratica dialettica con la realtà, al contrario di ciò che considera un’istruzione “bancaria”, tecnica e alienante, che riduce lo studente a un “conto” in cui depositare informazioni. Al contrario, lo studente può creare la sua stessa istruzione costruendo un proprio percorso, piuttosto che seguire un curriculum prestabilito. In questo processo, lo studente diventa consapevole che ciò che sta studiando è l’ambiente in cui vive, imparando a essere partecipe di ciò che lo circonda e di cui ha già esperienza. Questa visione muove dall’idea che non esiste un’educazione neutrale, perché ogni atto educativo è un atto politico.

Il punto fondamentale del metodo è la coscientizzazione, la discussione sui diversi temi che sono sorti dalle “parole generatrici”: l’alfabetizzazione, secondo Freire, non può essere ridotta ai processi di codificazione e decodifica, quindi l’educazione, soprattutto degli adulti, implica la consapevolezza di problemi quotidiani, la comprensione del mondo e la conoscenza della realtà sociale. Per questo motivo, dopo le fasi della ricerca di parole generatrici e la tematizzazione per la comprensione critica della realtà a cui si riferiscono, la fase successiva e finale è quella della problematizzazione, in cui l’insegnante stimola e ispira gli studenti a superare un visione magica e acritica del mondo, in favore di una posizione cosciente.

La dimensione dialogica è fondamentale nella prospettiva freiriana: l’educazione è comunicazione costante, in ogni aspetto, dall’alfabetizzazione di bambini e adulti, alle elaborazioni filosofiche e politiche. Tuttavia, il dialogo non si ferma alla scelta metodologica; è un bisogno inerente all’essere umano, sia negli aspetti materiali della sua vita che negli aspetti spirituali, come elemento comune alla prassi e all’utopia. È infatti necessario sottolineare la stretta correlazione dialettica tra teoria e pratica, tra conoscenza e azione, per un’educazione intesa come liberazione. L’educazione dialogica promuove la consapevolezza critica della realtà sociale e, allo stesso tempo, la speranza e l’amore per gli altri, l’accettazione delle differenze e la compassione. Pertanto la vicinanza all’ambiente reale degli studenti, la conoscenza della loro lingua e le esperienze che formano la loro coscienza, fa parte di un circolo virtuoso di lavoro pratico e di elaborazione teorica, interazione e integrazione, revisione e attuazione.

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Bene, avviamoci verso la conclusione riallacciandoci alla questione basilare di questa conferenza. I problemi educativi che sorgono nel mondo post-industriale, come abbiamo visto, non possono prescindere dalla comprensione della realtà in cui viviamo, dunque cerchiamo di capire cosa comporta il fenomeno che Colin Crouch ha definito “postdemocrazia”.

In sostanza, il concetto di Crouch indica il declino della democrazia liberale in favore di nuove forme di democrazia autoritaria, in cui esiste ancora il “guscio” formale delle istituzioni democratiche, ma i contenuti sono reindirizzati ai rapporti tra élites politiche ed economiche, piuttosto che tra soggetti e classi sociali. Secondo Crouch, la democrazia liberale era già un modello in cui la promozione della rappresentanza politica ha travolto la partecipazione politica; l’ascesa dei paesi asiatici sullo scacchiere globale, dopo decenni di regimi non democratici gestiti da partiti politici o giunte militari, ha implementato una sorta di democrazia che si rivela autoritaria fin dall’inizio.

Probabilmente, l’apparente successo di questo tipo di governance (si pensi al recente sviluppo di Cina e Russia, per esempio), influenza e accelera il declino della democrazia nei paesi occidentali, dando credibilità alle oligarchie da un lato e, dall’altro, ai movimenti populisti. Questi ultimi tendono ad esprimere leader autoritari, più preoccupati delle soluzioni rapide (piegando la legge ai loro progetti), dell’uso della forza (nonostante i diritti civili) e della comunicazione diretta con i loro seguaci attraverso i social network (evitando la stampa “ostile”), piuttosto che discutere per trovare soluzioni condivise ai problemi pubblici.

Per quanto riguarda le oligarchie, è possibile avere diversi esempi di amministrazione tecnocratica nei paesi asiatici con il più alto tasso di sviluppo. Ossia, il grande avanzamento tecnologico che sta modernizzando l’Asia non va di pari passo con le possibilità di inclusione dei cittadini, nel senso democratico occidentale. Ciò costituisce una apparente contraddizione con le promesse di integrazione sociale della Smart City. Nel momento in cui l’accesso alle informazioni e alla comunicazione acquista una libertà mai raggiunta prima, la politica si ritira dalla sfera pubblica e diventa amministrazione direzionata all’efficienza, mentre ai tradizionali apparati partecipativi (come i partiti politici) si sostituiscono oligarchie tecnocratiche.

La Repubblica Popolare Cinese, per quanto non abbia mai sperimentato metodi di democrazia occidentale, è l’esempio più evidente: lo Stato, a partire dalle riforme degli anni Ottanta, usa il libero mercato e le dinamiche dell’economia capitalista come strumenti per la modernizzazione, mantenendo uno stretto controllo sulle prospettive macroeconomiche. L’innovazione tecnologica ha ormai raggiunto livelli competitivi anche per le economie occidentali e lo sviluppo dell’intero sistema segue un’unità di intenti che garantisce stabilità politica. Eppure, la Cina popolare non è il primo e neppure il più influente modello di società autoritaria. Il primato va alla città-stato di Singapore, che ha costruito la sua fortuna su un inquadramento socio-economico di democrazia autoritaria sin dagli anni Sessanta.

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Singapore è il primo esempio mondiale di Smart City. È una delle capitali mondiali dell’informatica, con la più alta conoscenza elettronica tra i cittadini; a ciò si aggiungono un’economia di libero mercato quasi priva di ingerenze governative e un bassissimo grado di corruzione. L’amministrazione statale mantiene un’alta efficienza nel controllo del traffico, dell’ordine pubblico, della gestione dei rifiuti, nella pianificazione urbana, nell’estetica dei luoghi pubblici, grazie all’automazione della sorveglianza, all’integrazione dei sistemi digitali e a una educazione sotto stretto controllo. Vengono lanciate spesso “campagne sociali” al fine di raggiungere determinati obiettivi, come il miglioramento della salute attraverso la pratica dell’esercizio fisico, o la raccolta dei rifiuti nei parchi pubblici. In ogni luogo si possono trovare cartelli che invitano a fare attenzione o a non creare problemi con comportamenti inopportuni. Sul fronte dell’educazione formale, il mantenimento di un alto livello di conoscenza tecnologica si riflette nel controllo delle università, perché diano spazio agli studi tecnico-scientifici e, al tempo stesso, scoraggino contestazioni studentesche e formazioni giovanili di tipo politico; il pensiero calcolante è produttivo, mentre il pensiero critico è considerato potenzialmente destabilizzante. I cittadini vengono educati al pieno autocontrollo nella vita pubblica e in quella privata, ottenendo così un grande successo nel lavoro e, al contempo, un alto grado di conformismo, di repressione della diversità e del possibile dissenso, funzionale alla democrazia autoritaria. Lo Stato è, in sostanza, un “computer” che regola la società, seguendo una logica binaria: a ogni problema, corrisponde una soluzione; se, per esempio, le statistiche indicano un problema di denatalità, viene lanciata una campagna per incoraggiare il matrimonio e la procreazione. Il benessere e la ricchezza generate giustificano la riduzione della democrazia, formalmente istituzionalizzata, a un esercizio di retorica.

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Il “modello Singapore” è dunque significativo per comprendere le preoccupazioni che riguardano i possibili scenari postdemocratici, soprattutto rispetto al progetto delle Smart City. Dal punto di vista dell’educazione, vari problemi si affacciano sulla preparazione del cittadino.

  • Innanzitutto, la privacy: ogni spostamento, ogni pagamento, goni comunicazione, ogni ricerca in rete, lascia una traccia digitale; le banche dati, nonostante i sistemi di sicurezza, possono essere violate, e il recente caso di Cambridge Analytica ha messo in evidenza le manipolazioni possibili grazie all’acquisizione di dati sensibili. Sul fronte della sicurezza, l’uso estensivo di sistemi di sorveglianza automatizzata può avere risvolti inquietanti, come nel caso di alcune grandi città cinesi, come Shangai, dove i programmi di riconoscimento facciale e identificazione dei cittadini, anche attraverso caratteristiche fisiche, atteggiamenti e modi di agire, sono efficientemente integrati nella videosorveglianza di strade, centri commerciali, uffici e altri luoghi pubblici, potendo ricostruire ogni movimento di ogni persona, soprattutto di quelle non presenti nei database (p.e., turisti, stranieri, ecc.).
  • La possibile dipendenza dalla tecnologia, il cui uso facilita molto la vita quotidiana, poggia sull’affidabilità delle NICT: cosa succede se un sistema digitale integrato di servizi smette di funzionare? Diventa necessario essere preparati a operare senza tecnologia, per esempio riguardo alla mobilità (spostarsi senza GPS), o alla sicurezza (comunicazioni e collegamenti in caso di disastri, incidenti, etc.).
  • Esistono rischi legati alla socialità aumentata che le reti sociali hanno creato: il lato oscuro di questa grande comunicazione è la restrizione della socialità reale; una Smart City dovrebbe utilizzare la rete internet per stimolare gli incontri reali e valorizzare esperienze di condivisione dal vivo di conoscenze e competenze.
  • Un altro problema è quello dell’inclusività tecnologica: bisogna saper saper utilizzare gli strumenti delle NICT per rimanere inclusi nella e-governance di una Smart city, per questo è necessario promuovere programmi formativi con l’obiettivo di raggiungere e mantenere una autosufficienza informatica generalizzata.
  • C’è poi da considerare la questione della sostenibilità: il costo energetico delle NICT si attesta sul 2-3% del consumo globale di energia elettrica. La consapevolezza della Smart City come sistema integrato si basa sulla coscienza dei cittadini riguardo all’uso delle risorse, al loro consumo e alla loro produzione, per questo è necessario promuovere la conoscenza di sistemi come le smart grids.

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E qui torniamo allora all’idea della smart grid come prospettiva: essa è una immagine visiva di organizzazione non gerarchica, aperta e interattiva, che nell’integrazione e decentralizzazione orizzontale è applicabile, come modello e forma mentis, al governo della cosa pubblica, alla partecipazione politica, all’educazione scolastica e ultra-scolastica improntata alla comunicazione, dove ogni cittadino, studente o consumatore abbia un ruolo attivo nelle relazioni e transazioni sociali. Anche in tale prospettiva la smart grid, esattamente come nella diapositiva che abbiamo visto all’inizio, si pone in alternativa alla traditional grid, che è invece un modello gerarchico e unidirezionale, altrettanto diffuso e ancora utilizzato come prospettiva negli stessi campi.

L’intelligenza delle città necessita di idee e visioni di ampio respiro. Il concetto di intelligenza, la possibilità che una città possa definirsi “smart”, dipende dagli obiettivi che una società vuole raggiungere, e da come valorizza le NICT e Internet in quanto struttura per l’integrazione digitale.

In conclusione, le questioni educative per un mondo aperto e in continua evoluzione si basano sulla premessa che l’essere umano non è ancora ben preparato a una trasformazione costante. Democrazia, comunicazione, scambio di informazioni e inclusione sociale sono il lato positivo e necessario del progresso tecnologico, l’opportunità di migliorare la civiltà umana attraverso il dialogo e la cooperazione. Tuttavia, senza un adeguato tipo di educazione, una pedagogia flessibile e l’interesse per il benessere di individui e comunità, il rischio di divisione, incomprensione e conflitto distruttivo tra uomini e donne isolati, diventa una pericolosa realtà per l’umanità e l’ambiente.

Assumere la prospettiva della smart grid in tutti i campi, ci apre la possibilità di costruire per l’avvenire una auspicabile smart society.

Grazie.

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Bibliography

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