Potere e diritto. Tracce di riflessione per una discussione tra sociologi politici e sociologi giuridici

di Antonio Costabile e Lucio D’Alessandro

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E. Salisbury Field – Monumento storico della Repubblica americana (1867-1888)

Nota redazionale – Il presente articolo è parte del volume in uscita di L. D’Alessandro e A. Montanari, “Disuguaglianze e crisi della fiducia. Diritto, politica e democrazia nella società contemporanea“, Franco Angeli, Milano, 2018. Viene qui proposto con il gentile consenso degli autori.

La lunga storia che riassume le principali tappe del percorso di sviluppo e di diffusione del pensiero e della ricerca sociologici ha, sin dai suoi albori, riservato molta attenzione ai temi riguardanti la produzione della norma e del diritto (in Durkheim), così come alla costruzione e riproduzione dei poteri (in Weber), come pure ai processi di razionalizzazione e formalizzazione della vita sociale moderna, attraverso il denaro (in Simmel), il razionalismo giuridico, la legge positiva e la burocratizzazione (in Weber).

Successivamente, durante l’intero XX° secolo, la disciplina sociologica, come tutte le scienze sociali, ha percorso un cammino di differenziazione scientifica e di specializzazione interna delle proprie competenze. In conseguenza di ciò, di potere e di politica si sono occupati principalmente i sociologi politici, mentre dello studio relativo alla produzione sociale del diritto e ai fenomeni a questo processo collegati si sono occupati innanzitutto i sociologi giuridici.

La ricca e variegata realtà dei rapporti tra potere e diritto rappresenta, quindi, uno dei terreni di maggiore e più profonda convergenza tra le ricerche e gli studi, teorici ed empirici, che vedevano e vedono impegnati, ieri e oggi, i sociologi della politica e i sociologi del diritto, perché il mutamento sociale è, in larga misura, intessuto proprio di tali interazioni (D’Alessandro, 2017).

Come noto, nelle società premoderne vigevano solitamente norme di tipo consuetudinario e particolaristico (legate alla prevalenza della legge naturale, intesa come norma proveniente da una fonte assoluta, cioè Dio, oppure la natura, la ragione o il monarca) ed era quindi evidente, in assenza del diritto positivo e universalistico su base statuale, che il potere (nelle sue diverse forme, per lo più fuse insieme: religiose, politiche, economiche) era superiore alle leggi e le orientava nella direzione da esso preferita; nelle società moderne, invece, il rapporto potere-diritto è diventato via via più articolato e il diritto, soprattutto nella sua versione costituzionale e nei diritti di cittadinanza, si è posto come limite al potere e come fonte della sua legittimazione (Poggi, 1978).

In ogni caso, le relazioni tra il primo e il secondo hanno sempre avuto e conservano tuttora (in maniera semmai più manifesta del passato) molteplici ambivalenze, anche in collegamento alle differenti prospettive scientifiche dalle quali possono essere studiate (Popitz, 1990). Norberto Bobbio, a questo proposito, ha sostenuto che “il potere senza diritto è cieco, ma il diritto senza potere è vuoto” e ha evidenziato che questo nesso inscindibile è stato spesso analizzato da due prospettive, quella degli studiosi del potere e quella degli studiosi di diritto pubblico. I primi hanno affermato che “in principio c’è la sovranità, cioè il sommo potere, il potere al di sopra del quale non c’è altro potere, e l’ordinamento giuridico esiste soltanto se esiste a suo fondamento un potere capace di mantenerlo in vita, prima quindi c’è il potere e poi il diritto”, mentre, al contrario, i secondi, cioè i giuspubblicisti, hanno dichiarato che “lo Stato non è altro che l’insieme delle norme che vengono effettivamente osservate in un territorio, quindi prima c’è il diritto e poi il potere” (Bobbio, 2014, p.173). Alessandro Pizzorno, ragionando su quella che ha definito “la politica assoluta”, ha aggiunto: “nello Stato moderno, la politica stabilisce i confini tra sé e le altre attività. Per definire ciò che ricade dentro o ciò che sta fuori dalla sfera politica sono necessarie leggi, o abolizioni di leggi, quindi decisioni politiche, attività e discorsi politici (Pizzorno, 1993, p.44), sottolineando, in questo modo, la tendenza verso l’autonomia della politica che caratterizza la modernità. Mentre Bin ha sottolineato che “il principio di legalità si inserisce perfettamente nella divisione dei poteri: l’esercizio di ogni potere pubblico è legittimo se e solo se è previsto e regolato da una preventiva norma giuridica” (Bin, 2014, p.29). Come si vede già da questi accenni, il confronto sul punto è permanente e aperto.

È, dunque, auspicabile che questi due settori della sociologia italiana, quello politico e quello giuridico, possano cogliere l’occasione offerta dal nuovo “macro-settore” concorsuale che li unisce per individuare dei percorsi di ricerca e di approfondimento comuni, a partire dai classici.

Se ripartiamo dai padri fondatori della disciplina sociologica, sappiamo che la sociologia come scienza della società ha insegnato che la costruzione della società, di ogni società, è collegata direttamente ai processi di nomizzazione, cioè di produzione di un ordine significativo entro cui svolgere le relazioni sociali (Berger, 1987).

L’attività di nomizzazione, l’antidoto all’anomia (cioè al maggiore pericolo che minaccia l’esistenza stessa della società) che, specialmente nelle società primitive e tradizionali, ha innanzitutto carattere sacro-religioso, ha diverse dimensioni, che riguardano il linguaggio, i valori, le norme.

Quest’ultima dimensione è chiamata normazione e ha per oggetto il processo sociale di istituzionalizzazione dei valori sociali (che servono ad affermare i principi di riferimento dell’ordine sociale, a promuoverli, a difenderli) e delle regole, alle quali spetta anche di indicare le penalità per i trasgressori dei principi posti a fondamento dell’ordine sociale. D’altra parte, lo stesso concetto di polis contiene, al suo interno, una ambivalenza costitutiva, in quanto unisce la dimensione del dia-logos, cioè del dibattito e della partecipazione, e la dimensione del governo, cioè della regolazione sociale.

In merito a ciò, vale la pena ricordare che S.N. Eisenstadt ha mostrato, nelle sue ricerche comparate sulla modernizzazione, che i caratteri, in parte omologhi e in parte differenti, assunti dal mutamento nei diversi paesi del mondo sono direttamente collegati proprio alle forme e ai contenuti specifici e originali con cui questo processo di normazione si è realizzato nelle varie aree e regioni del mondo (Eisenstadt, 1990).

La sociologia classica di impostazione weberiana ha pure chiarito che, indipendentemente dal carattere formale oppure informale delle norme, l’ordinamento in senso sociologico, a differenza di quello propriamente giuridico, ha un carattere processuale e dinamico legato principalmente, anziché alla dialettica interna al mondo del diritto e all’esegesi interpretativa della norma (Santi Romano 1946), ai conflitti ed alle alleanze tra i poteri, le credenze, le fonti e i contenuti della legittimazione. Scrive Weber: “noi intendiamo definire il contenuto di senso di una relazione sociale con il termine di <ordinamento> quando l’agire è orientato in vista di date <massime>”, che possono anche non essere statuizioni positive, e aggiunge che la sociologia riconosce “la compresenza, entro il medesimo ambito di uomini, di diversi ordinamenti tra loro contraddittori. Ed infatti, il singolo individuo può orientare il suo agire in base a ordinamenti tra loro contraddittori – e non soltanto in tempi successivi ma anche con la stessa azione” (Weber, 1999, vol. I, pp.29-30). L’autore precisa a questo proposito che, per esempio, chi prende parte a un duello lo fa per affermare un codice d’onore, e tuttavia, se deve ricorrere al Tribunale, cerca di motivare il suo agire riconducendolo nei termini della legge penale.

Ancora Weber sottolinea che “è pur vero, però, che quando l’elusione o l’infrazione del senso di un ordinamento sono divenute la regola, l’ordinamento vale allora soltanto in misura limitata o non vale affatto. Tra la validità e la non validità di un ordinamento non esiste quindi, per la sociologia – come esiste invece per la giurisprudenza […] – un’alternativa assoluta. Esistono invece trapassi incerti tra i due casi e possono insieme <valere> ordinamenti tra loro contraddittori, ognuno nell’ambito in cui sussiste la possibilità che l’agire sia di fatto orientato in vista di esso” (ivi, p.30).

Il concetto di ordinamento in sociologia evoca quindi il conflitto tra valori, interessi e poteri, ancor prima che la stabilità, che pure ne costituisce l’obiettivo, e sebbene dal punto di vista metodologico ogni definizione idealtipica richieda la cristallizzazione di un modello ai fini della spiegazione scientifica, quest’ultima non può mai dimenticare che la costruzione sociale di un ordinamento, nella vita reale, è una sorta di arena.

Questa lezione, spesso trascurata, sulla compresenza sociale di ordinamenti antagonisti ci aiuta a comprendere meglio diversi processi politici particolarmente complessi e tormentati, come – ad esempio – quelli che hanno caratterizzato la storia europea nel passaggio dall’epoca dell’assolutismo alla nascita degli stati nazionali, oppure, in Italia, il passaggio dal potere ecclesiastico a quello dello stato di diritto, nel periodo postunitario, e, oggi, il conflitto tra l’ordinamento legale e l’ordinamento dei poteri corrotti e criminali.

A proposito del potere, sappiamo poi che esiste il potere in generale (la capacità dell’attore di produrre gli effetti desiderati) e che quest’ultimo comprende sia il potere degli uomini sulla natura, gli animali, gli oggetti, le persone, sia il potere sociale, che fa riferimento soltanto al potere di uomini su altri uomini, con o senza l’utilizzazione a tale scopo di elementi naturali, animali e di oggetti. Siamo inoltre in grado di distinguere, all’interno della vasta gamma dei poteri sociali (politici, economici, religiosi, culturali), il potere politico (che ha bisogno di una legittimazione di natura tradizionale, carismatica o razionale-legale per giustificare l’uso della forza fisica in maniera monopolistica) dagli altri poteri sociali che abbiamo sopra citato e che non hanno bisogno di legittimazione, cioè quelli economici, religiosi, culturali (Costabile, 2002).

Weber, come noto, inserisce nel ragionamento sui tipi di ordinamento la precisazione che esiste un potere inteso come potenza (Macht) e un potere inteso come autorità legittima (Herrschaft). Il primo concetto copre l’infinita gamma di fenomeni che vanno dalla forza bruta, a un estremo, fino alle città moderne e alle “costellazioni di interessi privati” che competono sul mercato capitalistico, all’altro estremo. Da un estremo all’altro, si tratta sempre di poteri di fatto non legittimi, che quindi non hanno bisogno, per esistere e riprodursi, di costruire un consenso a loro favore in nome di antiche tradizioni, di leader carismatici o di statuizioni positive, come viceversa accade per il potere politico (Farneti, 1971).

È nel vivo dei processi di costruzione e di mutamento delle società, nella vita delle istituzioni come delle famiglie, delle imprese come delle assemblee elettive, delle burocrazie e delle comunità, delle organizzazioni politiche e delle associazioni private che prende corpo e si consolida giorno per giorno il rapporto tra potere e diritto ed è appunto lì che deve essere studiato. Difatti, la grande maggioranza delle regole sociali nasce dai bisogni, espressi inizialmente in modo informale; tali bisogni possono essere repressi oppure affermarsi e subire processi di istituzionalizzazione, che danno solitamente origine a obblighi; una parte di questi processi giunge alfine, nelle società moderne, alla vera e propria formalizzazione in leggi positive; questa dinamica è alla base  del passaggio dalle antiche comunità politiche agli stati moderni, ed è continuamente presente nel mondo odierno, laddove le dinamiche di socializzazione, mobilitazione e democratizzazione fanno sì che i sistemi normativi diventino una fonte di regolazione sociale condivisa anziché una forma di ordine sociale autoritariamente imposta dall’alto (Pennisi, 1990).

Difatti, a ben guardare, questo rapporto costituisce il cuore della lotta politica, a livello internazionale, nazionale, locale. Proviamo a fare degli esempi tratti dall’attualità e che confermano quanto detto: lo scontro in atto in diverse parti del mondo tra i controversi tentativi di esportare la democrazia, talora sorretti dal cosmopolitismo politico-giuridico, con alcuni poteri tradizionali violenti, a volte di natura ierocratica, nemici dichiarati di ogni principio di cittadinanza (Fantozzi-Montanari, 2008), come nel caso dell’ISIS; la disintegrazione dello stato libico (un tragico processo di de-nomizzazione senza ri-nomizzazione); le turbolente transizioni politiche verso la democrazia nei paesi ex sovietici dell’Est europeo (Grilli di Cortona, 2009); la storia politica italiana recente, da tangentopoli alla politicizzazione della magistratura, dall’esplosione dei fenomeni di corruzione politica (Pizzorno, 1992) a quelli di illegalità di massa e di criminalità organizzata (Sciarrone, 2011); i tentativi di giuridificazione del sociale (cioè di moltiplicazione delle norme legali e dei campi d’intervento della legge positiva, spesso in maniera confusa) in corso nei paesi occidentali, in una fase di evidente crisi della capacità regolativa della politica, delle istituzioni, di tutte le autorità; le politiche nei confronti dei fenomeni di migrazione di massa; le domande di sicurezza nei paesi occidentali, con la loro miscela disordinata di vulnerabilità, devianza, paura, bisogno di riconoscimento; tutte queste sono solo alcune dimostrazioni di come, nella modernità avanzata, la tensione tra potere e diritto abbia raggiunto un livello assai elevato, e la questione riguardante le loro relazioni non sia (in effetti non lo è mai stata) un affare per esperti, bensì una grande questione sociale, politica, economica, religiosa e culturale, che apre pure nuove fratture a livello di generazione, di genere, di etnia, di etica pubblica e richiede nuove e coraggiose ricerche scientifiche.

Proviamo allora a individuare dei possibili spunti d’indagine, tracciando alcune prospettive di analisi teorica ed empirica per i sociologi e per gli scienziati sociali, e mettendo a fuoco per ciascuna di esse i principali temi da affrontare.

 

Alcune prospettive di analisi teorica ed empirica per i sociologi e gli scienziati sociali.

Tra i tanti percorsi di ricerca che si possono indicare a tale proposito, ne segnaliamo alcuni che, a nostro avviso, sono particolarmente capaci di rapportare l’attualità dei fenomeni socio-politici e le opportunità di ricerca empirica alle grandi questioni teoriche:

1) il legame e il contrasto tra “forma” (legale) e prassi (politica), tra il principio ciceroniano secondo il quale “siamo diventati schiavi delle leggi per essere liberi” e l’antico adagio che sostiene “auctoritas non veritas facit legem”; si tratta di un confronto difficile che la modernità, prima, e l’accelerazione del mutamento nella globalizzazione, poi, hanno esaltato, come già segnalava Franco Crespi nei suoi studi sul potere, dove si legge che “il potere più alto riguarda la capacità di gestire le contraddizioni tra la determinatezza e l’indeterminatezza della vita sociale” (Crespi, 1989). È un campo d’analisi in cui convergono gli interessi degli studiosi del diritto, della politica, della religione. Infatti, nelle società antiche, la forma costituiva in se stessa un valore, in quanto era ritenuta l’elemento di amalgama capace di conferire unità, coesione, senso al mondo infinitamente vario e minaccioso proprio delle materie e delle sostanze concrete, quindi aveva un chiaro riferimento sacro, religioso, in quanto il <dare forma> rappresentava un’attività di tipo superiore che ha rapporto con il trascendente, con il divino, con la creazione originaria. La forma evocava il culto, il rito, intesi come canali di collegamento con il divino. Dal diritto sacro, a quello naturale, a quello positivo, è comune il termine di rito (civile, penale ecc.), così come i rituali politici (manifestazioni di massa, congressi, giuramenti al momento dell’incarico, funerali pubblici, commemorazioni e feste nazionali, discorsi del Presidente ecc.) costituiscono una parte rilevante della vita pubblica (Navarini, 2001). Dall’altra parte, la politica è “l’aspirazione ad una partecipazione al potere o ad un’influenza sulla distribuzione del potere” (Weber cit. vol. 4°, p.479) e nel suo implicito dinamismo, vale a dire nel suo “farsi” quotidiano, tende inevitabilmente a consolidare o a modificare o a rimettere in discussione ogni forma data. Inoltre, come ha insegnato Simmel, la modernità si caratterizza appunto attraverso la sua continua capacità di formalizzazione, di produrre forme sociali (il denaro, la legge positiva) (Simmel, 2005), che in termini weberiani possiamo anche leggere come espressione dei processi di razionalizzazione e di secolarizzazione (Poggi, 1998).

2) il conflitto tra credenze, per esempio tra quelle ritenute legittime a livello sociale (come i valori di natura familiare, tradizionale, religiosa) ma extralegali e la credenza nella legalità per la conquista del primato nell’organizzazione della vita sociale e della vita politico-istituzionale. Su questo aspetto, la ricerca sottolinea ripetutamente la distanza che si è venuta a creare, nelle società contemporanee, fra il potere della norma che deriva dal sistema di legittimità legale-razionale proprio della modernità, da una parte, e la credenza in ordinamenti che deviano dalla legittimazione legale-razionale, rifacendosi a principi e regole di altra natura e a dimensioni di tipo carismatico o neo-patrimoniale, dall’altra parte.

A volte, per esempio in Italia, la ricerca (Costabile-Fantozzi 2012) mostra che il comportamento conforme alla legge (la legalità), pur essendo quindi pienamente legale, risulta tuttavia poco legittimato o addirittura delegittimato di fronte ai comportamenti di altra natura prevalenti nella popolazione e, prim’ancora, nelle élites. Si avverte, a livello scientifico, una diffusa difficoltà a tematizzare questo conflitto di valori (Rossi, 1958), oltre i pregiudizi ideologici, a riconoscerne la presenza e l’importanza nel susseguirsi sconcertante di primavere della legalità e di lunghi inverni della legalità, nella sovrapposizione tra illegalità di massa e criminalità organizzata (con le visioni catastrofiche o velleitarie e palingenetiche collegate all’insufficiente ricerca su tale conflitto). Inoltre, nell’analisi del tumultuoso mondo contemporaneo, emerge un evidente ritardo scientifico nell’affrontare, fino in fondo, i nodi del complesso rapporto tra credenza e conoscenza, nella politica e nel diritto, e le sue conseguenze sull’agire istituzionale. Così, si tende a trascurare l’indagine sul concreto rapporto che esiste nella vita sociale tra quelli che, ancora Max Weber, definiva il “pathos” delle appartenenze comunitarie, da una parte, e il “come se” della credenza nella legalità, dall’altra parte. Difatti, quest’ultima richiede un’obbedienza alla legge convinta, come fosse una norma di valore assoluto (al pari delle antiche tradizioni religiose), pur sapendo che in verità la facciamo noi uomini e come tale è fallibile, incompleta, imperfetta. Si tratta dell’attribuzione di una sacralità laica, razionale, che riposa sul valore intrinseco di pacificazione e di isonomia che la legge positiva può garantire, a differenza delle altre credenze, troppe volte produttrici di guerra e violenza (Böckenförde, 2006). Anche in questo caso, è un campo di confine tra diritto, politica e religione (Febbrajo, 2010).

3) la tensione tra diritto, potere e giustizia, laddove si scontrano l’idea liberale di giustizia, che pone al centro il valore delle libertà e delle proprietà individuali (come nella tradizione statunitense) e l’idea democratica di giustizia, che viceversa pone al centro la solidarietà reciproca e l’intervento pubblico per rimuovere gli ostacoli all’affermazione della piena cittadinanza (civile, politica, sociale). Sempre più spesso, anche nei casi recenti e più eclatanti riguardanti i danni dell’assistenzialismo e alcune forme di corruzione del welfare, oppure a proposito dei tagli alla spesa sociale e sanitaria conseguenti alla spending review e all’obbligo di pareggio del bilancio, tale questione sta emergendo in maniera esplosiva. Si pensi, ad esempio, alle nuove disuguaglianze prodotte dalla crisi economica, alle forme di povertà assoluta e relativa, ai reati a queste collegabili, alle diversità di trattamento (che leggiamo sui media) tra il pensionato oppresso dal fisco e sorpreso a rubare nel supermercato, per questo motivo poi condannato, di fronte all’impunità di soggetti ricchi colpevoli di ben più gravi reati, ma capaci di aggirare la norma penale attraverso un’utilizzazione strategica della prescrizione. Ma la questione della “giustizia ingiusta” riguarda pure il trattamento dei migranti, il giusto processo, i danni delle lungaggini processuali all’attività d’impresa, per altro verso anche la politicizzazione dei poteri neutrali nella crisi della politica, come evidenziato dalla rincorsa alla candidatura di magistrati e questori a fini di consenso elettorale, pure quando questi ultimi si sono trovati a capitalizzare in termini di voto, a volte nella stessa regione o città loro luogo di lavoro, l’attività investigativa svolta super partes come rappresentanti delle istituzioni. In questo caso, ci muoviamo al confine tra politica, diritto, economia, religione, per l’antica contesa tra la giustizia divina e la giustizia umana, tra il concetto di peccato e quello di reato.

4) l’attrito tra potere, diritto e verità, non solo perché viviamo nel mondo delle narrazioni autoreferenziali, della postverità e delle fake news, ma soprattutto per lo scontro insanabile tra verità processuale (cara al diritto penale), con le sue virtù (coerenza logica e universalismo) e i suoi limiti (indifferenza alle ingiustizie sociali), e verità sostanziale (cara alla politica, alla lotta politica, alla religione e alle ideologie), con i suoi meriti (nella promozione della libertà e dell’uguaglianza) e le sue degenerazioni (le tirannie e le dittature). Anche le questioni politiche e normative riferite alle nuove fratture etiche (aborto, ingegneria genetica, manipolazioni ambientali), alla mobilitazione politica a cui danno luogo (tra neoconservatori e sostenitori dei nuovi diritti civili, ambientali, animali) e alle loro conseguenze elettorali, possono costituire, più di quanto non sia avvenuto finora, un rilevante terreno di studio tra politica, diritto, etica pubblica (Habermas, 1992).

5) le trasformazioni della democrazia contemporanea, che, data la presenza nel convegno di Verona di diversi interventi riguardanti la crisi della rappresentanza politica e gli sviluppi della democrazia plebiscitaria, anche in chiave populista, costituiscono già un terreno comune d’indagine tra i nostri due settori scientifici. In questo quadro, il ruolo politico del diritto assume una netta centralità proprio perché si assiste, almeno a partire dagli anni Novanta, alla depoliticizzazione di ampie parti del processo di regolazione, a seguito della sua attribuzione a organismi “non maggioritari” come organismi tecnici, corti, agenzie amministrative, istituzioni sovranazionali (Scharpf 1999; Majone 1994; 1996; Moravcsik 2002). Con il ricorso a queste nuove forme di produzione di policies e di normazione, si esternalizzano i costi del conflitto democratico in nome di una democrazia orientata (e legittimata) sulla base del risultato e non attraverso l’aggregazione e l’articolazione degli interessi sociali a opera degli attori politici tradizionali. La depoliticizzazione ha costi sociali e politici rilevanti, primo fra tutti la separazione fra l’idea della cittadinanza come esercizio di una soggettività politica fondata sulla partecipazione attiva e l’idea della cittadinanza come mera privatizzazione dei rapporti di tutela dell’interesse individuale (Fawcett, Flinders, Hay, Wood 2017). A questo aspetto, si accompagna la perdita del primato della politica a vantaggio di una processualità delle politiche pubbliche in cui gli attori politici cooperano con gli interessi auto-organizzati, che risultano però spesso espressione di poteri di fatto e di lobbies più che di associazioni di advocacy della società civile auto-organizzata. Nel rapporto tra politica e diritto la depoliticizzazione si accompagna a forme di personalizzazione della politica e della leadership che sono chiamate a spostare l’oggetto del conflitto democratico dalla regolazione alla “democrazia dell’audience” (Manin 2010), centrata sul controllo visivo (come spettatori) delle forme di esercizio della leadership, che così facendo appare depotenziata non solo rispetto alla democrazia partecipativa, ma alla stessa democrazia rappresentativa fondata su accountability e responsiveness. In altre parole, si manifesta la tendenza ad uno svuotamento del primato della politica attraverso la proceduralizzazione della democrazia e, in particolar modo, con il diminuire delle reali attribuzioni di potere del governo. Se, da una parte, il potere di governo si concentra nella persona del leader, dall’altra è la possibilità reale di disporre di risorse pubbliche, normative e di indirizzo politico che risulta assai di frequente trasferita dai governi nazionali a corti, agenzie e istituzioni sovranazionali. In questo quadro di trasformazione dei processi politici e istituzionali, la democrazia assume a volte un connotato <minimo>, ben oltre la prospettiva della teoria economica della democrazia, dal momento che la scelta degli elettori non è su una serie di “politiche” rappresentate da soggetti collettivi chiaramente distinti, ma si limita alla scelta tra personalità individuali. L’incontro tra sociologia politica e del diritto ha una sua ulteriore centralità proprio in relazione a tali controverse traiettorie di sviluppo delle dinamiche democratiche. Nella fase attuale, il deperimento della titolarità effettiva di potere della politica rappresentativa, e quindi la sua debolezza, si riflette così nella separazione dei due pilastri che da sempre costituiscono la democrazia. Per un verso, la dimensione formale-procedurale legata al processo elettorale, per altro verso, il “progetto della democrazia stessa”, ossia la parte sostanziale di quell’insieme di identità e programmi che della democrazia costituiscono il “dover essere” (Sartori 1987). Politica e diritto si trovano dunque a confrontarsi con quelle “promesse non mantenute della democrazia” (Bobbio 1984), fra cui il ruolo delle élites, la mancanza di una effettiva regolazione di ampie parti del sistema economico, e una serie di tensioni costitutive della doppia componente della democrazia stessa.

6) l’atteggiamento di fondo della popolazione e delle élites nei confronti delle riforme costituzionali. Torna la domanda iniziale: viene prima il diritto o il potere? Si può cambiare la Costituzione, anche nei suoi principi fondamentali (la prima parte della nostra Carta) oppure è sacra, in tutto o in parte? In che modo si può cambiare? In Parlamento, a maggioranza (più o meno estesa e qualificata), con successivo referendum (come avvenuto negli anni scorsi fino alla bocciatura del dicembre 2016), oppure per farlo bisogna convocare necessariamente un’Assemblea Costituente e coinvolgere direttamente il popolo? È ragionevole modificare la Costituzione vigente in un periodo di profonda crisi delle élites dirigenti del paese, a ogni livello politico e sociale? Per altro verso, la tensione fra il costituzionalismo liberale e la riaffermazione della volontà della maggioranza, propria delle nuove sfide plebiscitarie, porta la sociologia della politica e la sociologia del diritto a interrogarsi sulla riformulazione della sostanza del progetto democratico, nel momento in cui la liberal-democrazia si spoglia della sua componente ideale e identitaria per privilegiare la sua proceduralità elettorale-rappresentativa. Seguendo questa prospettiva, un campo di ricerca da approfondire è per l’appunto il tema del costituzionalismo, oltre la sua valenza giuspubblicistica, per il connotato sociologico che la produzione di norme ha in relazione alla sfera della cittadinanza e alla concezione del “popolo” come fondamento della legittimazione in nome della sovranità di cui è titolare.

7) i caratteri e il funzionamento della pubblica amministrazione, ricordando gli articoli 54 (“Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.  I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”) e 97 della Costituzione (“I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”). Imparzialità, buongoverno e buona amministrazione, onore, fedeltà, cosa significano oggi per i pubblici amministratori e i cittadini-elettori, dopo anni di managerializzazione della burocrazia pubblica e di forti spinte alla privatizzazione del potere e alla personalizzazione della politica, con evidenti tendenze neopatrimoniali? Infatti, le nuove forme di governance hanno prodotto un mutamento del ruolo della pubblica amministrazione, prevalentemente modellata secondo le caratteristiche del New Public Management (Copus and Leach 2017). In particolare, il passaggio dal government alla governance ha mutato il rapporto tra la partecipazione politica, il ruolo dei cittadini nella partecipazione politica extra-elettorale, e i network di gestione delle risorse, portando a volte a effetti manipolatori che inficiano la reale apertura dei processi decisionali, e che spesso si risolvono in una privatizzazione dei luoghi della deliberazione (D’Albergo e Segatori 2012).

8) I temi della violenza e della sicurezza, che riguardano molteplici aspetti teorici e pratici della politica e del diritto: il processo di pacificazione che è all’origine dello stato di diritto; il pluralismo politico, religioso, culturale e il rispetto delle minoranze, che costituiscono un fondamento della democrazia; il rifiuto della violenza privata e il monopolio dell’uso della coercizione in capo alle istituzioni pubbliche, che è alla base del patto sul quale poggia lo stato moderno e al quale deve corrispondere la garanzia di tutela e di sicurezza dei cittadini; i fenomeni di insicurezza e di vulnerabilità sociale che caratterizzano le società più avanzate e le domande che da tali fenomeni arrivano al legislatore, al giurista, all’attore politico: è in discussione la delicata ponderazione tra i diritti e i doveri, mentre si registrano forti tendenze alla moltiplicazione dei primi in ottica privata e alla delegittimazione dei secondi in ottica collettiva, anche a causa della crisi delle autorità politiche; le questioni relative ai diritti umani fondamentali collegate alla pena di morte, all’ergastolo, alla tortura.

9) Parimenti, le due discipline non possono che convergere nel mettere a fuoco, ognuna con la propria sensibilità sociologica, il “grado di efficacia reale delle norme e delle regole” del diritto (Gallino 1989). Un’efficacia che non si misura soltanto con il grado di regolazione e con la capacità di soluzione dei conflitti, ma con la capacità stessa con cui il sistema di diritto produce, o rimuove, le diseguaglianze sociali dei cittadini di fronte all’amministrazione. Un processo che diviene ancora più sociologicamente rilevante alla luce della rispazializzazione prodotta dalla globalizzazione (Magatti 2009), che modifica profondamente il rapporto tra istituzioni nazionali, processi sociali e dinamiche economiche e di mercato. Per di più, i processi globali nei campi della economia e della finanza accrescono il divario fra flussi e attori (che ormai si muovono non più ancorati a livello meramente nazionale) e la perdita della capacità politica dello Stato-nazione di regolare quegli stessi flussi. Tale aspetto determina un cambiamento significativo della dinamica di potere nel rapporto tra governanti e governati, espressione di un paradosso della globalizzazione politica: siamo di fronte a classi politiche nazionali indebolite in termini di potere effettivo dal sistema internazionale, e al tempo stesso delegittimate nei loro paesi in nome di attribuzioni di potere, o sarebbe meglio definirle attribuzioni di status, percepite come illegittime da parte dei cittadini.

 

Si tratta, evidentemente, solo di spunti per la ricerca che, ci auguriamo, possano essere utili anche ai fini di una più stretta collaborazione tra sociologi politici e giuridici.

 

Riferimenti bibliografici

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