Stupore VS disincantamento. Brevi riflessioni intorno all’esperienza del conoscere

di Carmelo Solano

«Siamo una cosa impossibile in un universo impossibile»

(Ray Bradbury)

Raccontano le cronache che la sera di un sabato di più di un secolo fa, il 28 dicembre del 1895, al numero 14 del Boulevard des Capucines di Parigi, a due passi dall’Opéra, si verificò un evento destinato ad incidere profondamente sull’esistenza dell’uomo.

Il luogo, dal nome straordinariamente evocativo di vicende esotiche e fantastiche, era il Salon Indien del Gran Cafè di Parigi. L’evento era la prima proiezione del cinématographe dei fratelli Lumiere.

Pare che alla proiezione abbiano partecipato trentatrè spettatori, tutti rigorosamente animati da un misto di scetticismo e moderata curiosità per quella che sulla carta si presentava semplicemente come l’ultima delle novità tecniche che vedevano in quel momento la luce.  Il 1800 infatti, è bene ricordare, fu in generale l’epoca del trionfo delle scienze, ed il periodo a cavallo con il nuovo secolo, in particolare, fu il tempo delle grandi esposizioni universali della scienza e della tecnica. Le innovazioni scientifiche, dunque, non stupivano già più l’uomo di fine Ottocento, oramai assuefatto all’idea di vedere la propria vita invasa dalle singolarità prodotte dal nuovo sapere.

Sembra però che già qualche istante dopo l’inizio della proiezione gli spettatori rimasero come ammaliati dalla vista delle figure che si muovevano realmente sullo schermo, mentre alle loro spalle il dispositivo dei fratelli Lumiere, nascosto nel buio del fondo della sala, ticchettava come una macchina da scrivere.

Ma in quel momento esatto della Storia la meraviglia che colse i testimoni di quel bizzarro fenomeno scientifico superava ogni possibile fastidio derivante dalla rumorosità dell’apparecchio. Ciò che contava per gli stupefatti spettatori era il fatto di poter assistere ad una vera ed incredibile rivoluzione: la possibilità di catturare la vita delle cose e degli uomini nel suo dinamico dispiegarsi.

Da allora la vita non solo è stata catturata dalla macchina da presa ma addirittura creata, giacchè il maturarsi del linguaggio cinematografico ha reso possibile andare ben oltre la semplice constatazione visiva del mondo e delle cose, consentendo addirittura di generare una realtà nuova, originale e plausibile quanto se non più di quella che tocchiamo ogni giorno con mano: la realtà delle storie e dei personaggi che fanno ormai parte della esperienza esistenziale della nostra società e di cui ciascuno di noi, figli del sapere tecnico, reca una traccia profonda nella propria coscienza.

In effetti  da millenni l’uomo affida alle creazioni artistiche il compito di rielaborare quel sentimento di disorientamento che inevitabilmente prova ogni qualvolta prende coscienza di un aspetto inedito della realtà.

La riflessione su questo particolare sentimento è antica.

Nel pensiero classico greco, infatti, il thauma, ossia ciò che noi chiamiamo “stupore” o “meraviglia”, era pacificamente considerato il punto di avvio della scoperta del mondo da parte dell’uomo. Sostiene infatti Platone nel Teeteto che la meraviglia è propria della natura del filosofo; e la filosofia non si origina altro che dallo stupore. Prosegue Aristotele evidenziando che «gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori» (Metafisica).

È bene porre subito in rilievo che lo “stupirsi” dei greci, il thaumazein, è un’esperienza ben diversa dal mero apprendere una novità. La meraviglia di cui dicono Platone ed Aristotele è un processo traumatico e complesso che determina la disarticolazione dei riferimenti su cui l’individuo ha costruito la propria idea del mondo e del modo di svilupparsi del vivere quotidiano. Una condizione che potremmo definire, per usare un termine freudiano, “perturbante”.

In effetti le parole “stupore” e “meraviglia”  indicano etimologicamente il rimanere attoniti dinnanzi un fatto atipico ed inatteso. L’immagine dell’uomo stupito o soggiogato dalla meraviglia è quella di un essere che si ritrova come paralizzato davanti ad un fenomeno talmente potente da renderlo incapace di reazione, un essere che per continuare a vivere deve riorganizzare le proprie coordinate cognitive.

Eppure, per quanto spaventevole possa apparire il pensiero di dover costantemente rettificare l’idea che abbiamo della realtà e delle regole che la governano, rappresenta un dato di fatto che è solo grazie a tale processo che siamo riusciti come specie ad emanciparci dalla condizione ferina sino a giungere a riflettere sulla nostra natura più profonda, sul senso del nostro essere, sul destino delle nostre anime e, così procedendo, a comprendere che ciò che chiamiamo “realtà” si estende ben oltre ciò che riusciamo a vedere con gli occhi.

Osserva infatti Immanuel Kant nella sua “Antropologia pragmatica” che «la meraviglia (cioè l’imbarazzo di trovarsi nell’inatteso) è un moto sentimentale che sulle prime impedisce il corso naturale dei pensieri, ed è quindi spiacevole, ma poi tanto più favorisce il fluire dei pensieri verso la rappresentazione inattesa, ed è quindi piacevolmente eccitante. Quest’emozione si dice poi propriamente stupore, quando si rimane incerti se la rappresentazione accade nella veglia o nel sogno. Un novellino nel mondo si meraviglia di tutto (…) ma chi invece con sguardo indagatore, riflette sull’ordine della natura nella sua grande varietà rimane stupefatto di una saggezza, che non si attendeva; una meraviglia della quale non ci si può liberare; la quale emozione però è allora destata soltanto dalla ragione, ed è una specie di sacro brivido al vederci aperto sotto i piedi l’abisso del sovrasensibile».

L’aprirsi allo stupore ha rappresentato per millenni, dunque, la maniera attraverso cui l’uomo ha gradualmente compreso di essere governato da una logica superiore, di essere inserito in un ordine cosmico, riconoscendosi come parte di una grande catena dell’essere nella quale, oltre alla specie umana, avevano posto le entità trascendenti, il mondo animale, quello vegetale e quello minerale: un vero e proprio ordinamento gerarchico dell’universo che veniva riflesso negli schemi su cui sono state costruite le società umane.

In questo contesto l’agire tecnico – inteso in senso lato, ossia come modo di operare strettamente procedimentalizzato, determinato dallo stratificarsi delle acquisizioni razionali nate dall’esperienza – ha svolto per secoli un ruolo servente rispetto alla dimensione più propriamente spirituale ed immaginifica. In effetti, ciò che come specie siamo stati in grado di creare ed elaborare a livello tecnico e scientifico, ha avuto prima di ogni altra cosa il compito di tradurre in atti il prodotto dell’immaginazione, il cui motore è indubitabilmente lo stupore generato dalla comprensione delle regole che governano il mondo che ci ospita, la quale comprensione soddisfa, in prima istanza, il bisogno ancestrale di superare tali regole.

Pensiamo alle innumerevoli invenzioni nate dalla osservazione della natura, generate dall’ansia di violare i limiti fisici imposti all’animale-uomo. Pensiamo alla pratica medica ed al suo sviluppo, il cui segreto motore è il desiderio ancestrale di immortalità. Pensiamo alla ricerca teorica ed alle applicazioni delle così dette scienze esatte, manifestazioni del desiderio dell’uomo di deificarsi, di farsi cioè padrone assoluto del mondo.

Alla base di ciascuna di queste prospettive vi è sempre stato il profondo legame che corre tra la dimensione dello stupore, che nasce dal continuo rimescolarsi delle consapevolezze intorno alle possibilità insite nella realtà che ci circonda, e quella dell’immaginazione, o più propriamente del sogno, ossia del modo in cui desidereremmo realizzare tali possibilità.

È certo però che il pensiero di vivere esperienze capaci di ribaltare l’idea del mondo che ciascuno ha radicata in sé contiene in nuce, come accennato precedentemente, un che di spaventevole, perché stupirsi significa in concreto calarsi nel nuovo e nell’incognito, abbandonare le precedenti certezze, intraprendere un viaggio ignorando quale sarà il punto di arrivo e quali saranno le difficoltà che si incontreranno sulla via. Il tempo presente, a dispetto dell’apparente interesse per il futuro, pare segnare un rifiuto generalizzato della dimensione dello stupore, e ciò anzitutto in ragione del sopravanzare della paura, il cui affermarsi ha determinato un sempre maggiore (e cieco) affidamento ai rassicuranti (e fondamentalmente ripetitivi) paradigmi imposti dal bisogno di conservazione del benessere materiale, inteso come unico ambito di realizzazione delle felicità (il termine è declinato effettivamente al plurale).

Possiamo dire in estrema sintesi che ciò è dovuto da un lato all’incidenza dei traumi collettivi generati dalle grandi tragedie (prime tra tutte le guerre e le malattie) e dal senso di incertezza derivante dall’inesistenza di un vero ordine sociale, e dall’altro all’espandersi dell’area di dominio di quella dimensione che è stata icasticamente definita come “pensiero calcolante” o “ragione strumentale”, cioè di quel tipo di approccio secondo cui ogni scelta di vita deve essere fondata solo e soltanto sul criterio dell’utilità personale e del perseguimento del maggior vantaggio, e la cui  misura di riferimento fondamentale è il successo dell’individuo.

Il radicarsi del pensiero calcolante ha progressivamente allentato l’azione dell’uomo dall’osservanza di ogni riferimento morale o religioso, agganciandola piuttosto alla preoccupazione di realizzare unicamente condizioni di felicità e benessere materiale, e provocando l’abbandono dell’idea secondo cui ogni uomo è parte di un ordine complesso.

Di conseguenza la struttura generale della società, lo sviluppo e la condivisione della conoscenza sono state svuotate della loro logica filogenetica venendo ridotte a mere occasioni strumentali attraverso cui l’uomo esplica “tipi” o “forme” di relazione (possibilmente di potere) nei confronti dei propri simili.

È interessante notare che questo superamento dell’idea secondo cui la realtà sarebbe dotata di ordine e senso, accompagnato dall’affermarsi del pensiero calcolante, è stato definito, non a caso, “disincantamento”.

Nel momento in cui il rapporto uomo-mondo è stato privato della propria struttura sacra lo stupore ha acquisito un valore sempre più recessivo rispetto al dominio assoluto delle regole di efficienza, il cui governo costruisce dunque società assemblate sulla logica della esaltazione dell’individuo e della utilità del risultato, aspetti questi costituenti le basi della così detta “cultura del narcisismo”.

Il disincantamento ha dunque determinato un ripiegamento dell’uomo su sé stesso, alimentando il senso di solitudine e l’impoverimento dell’idea generale della vita, che viene progressivamente considerata sempre più piatta e ristretta, tanto che lo stesso lavoro umano (inteso come sintesi di pensiero ed azione), con la sua originalità, la sua carica simbolica, la sua capacità di esprimere metaforicamente la volontà della persona di lasciare il segno del proprio passaggio nel mondo, è stato ridotto alla anonimia dei numeri.

La ragione strumentale dunque, come correttamente notato da importanti pensatori contemporanei, si è rivelata essere in definitiva il braccio armato dell’ospite inquietante di cui dice Nietzsche, il nichilismo.

Silenziosamente ma molto pervicacemente ed efficacemente si è infiltrata nelle nostre esistenze arrivando a condizionarle in maniera tale da spingerci a coltivare desideri che sappiamo intimamente non appartenerci, ad operare scelte che non esprimono la nostra vera natura, a cessare di sperare in qualcosa che non siano gli indicatori economici o i feticci di cui ci contorniamo ed ai quali affidiamo il compito di definire la nostra immagine sociale e , prima ancora, plasmare la nostra personalità.

Tocchiamo con mano ogni giorno come il malato, il debole, l’emarginato, siano stati disumanizzati ed inquadrati solo e soltanto come costi collettivi. Assistiamo al triste spettacolo di società opulente e squilibrate,  ossessionate dalla necessità dello sviluppo e della crescita della ricchezza, mentre la parte più ampia del pianeta soffre le conseguenze dell’arretratezza culturale, dell’ipersfruttamento ambientale, del degrado morale.

E tutto ciò perché abbiamo cessato di stupirci e di immaginare nuovi paradigmi esistenziali, unico modo questo per aprire le porte del cambiamento e della speranza .

È evidente che il malessere che si avverte dinnanzi a tale quadro deriva dal fatto che nonostante tutto il pensiero calcolante non è riuscito a tacitare definitivamente la sete di meraviglia che alberga nel profondo dell’uomo, quella indomabile necessità di entrare in contatto con la segreta poesia che governa il mondo, di cogliere la bellezza che si nasconde in maniera sempre diversa tra le pieghe della realtà.

Accogliere lo stupore significa dunque abbracciare una dimensione esistenziale caratterizzata dalla semplicità, dalla franchezza, dalla generosità, dallo spirito di avventura e di confronto fiducioso con la vita: significa ammettere che il buono di cui abbiamo bisogno si trova al di là dell’apparente compiutezza ed inamovibilità di quel poco che cogliamo attraverso le convenzioni che governano l’esperienza quotidiana, oltre le illusorie sensazioni generate dalla paura, dalla brama di potere o dal benessere materiale.

Dobbiamo in definitiva riconoscere a noi stessi di essere “strani animali”, costantemente bisognosi di meraviglia, misticamente protesi ad alimentare il senso dello stupore, il cui naturale terreno di coltura è rappresentato dai luoghi magici a cui si accede tramite la parola, il sentimento dell’immaginazione e l’arte.

È stato infatti mirabilmente osservato che «non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino, noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana…e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria, sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento…ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita».

Colui il quale ha ricordato al mondo questa incontrovertibile verità è il professor John Keating:  non un paludato intellettuale frequentatore di simposi letterari, ma un semplice personaggio cinematografico, interpretato dall’indimenticabile Robin Williams: un figlio di quello stupore che dalla sera del 28 dicembre 1895 continua incessantemente ad indicare all’uomo, in forme sempre nuove ed inaspettate, dove si gioca davvero il suo destino.

 

Bibliografia

  • Aristotele (1989), Metafisica, intr. , trad. e parafrasi di G Reale, Milano, Bompiani
  • Costa A. (2004), Saper vedere il cinema, Milano, Bompiani
  • Di Giammatteo F. (2002), Storia del cinema , Venezia, Marsilio editore
  • Galimberti U. (2008), L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani. Milano, Feltrinelli
  • Kant I. (1985) , Antropologia pragmatica, trad. it. di G vidari e a guerra, Roma-Bari, Laterza
  • Platone (2000), Teeteto , introduzione di Salvatore Natoli , saggio critico di Davide Spanio, traduzione di Luca Antonelli, Milano, Feltrinelli
  • Taylor C. (2006) , Il disagio della modernità, Roma- Bari, Laterza
  • Weber M. (2014), La scienza come professione. La politica come professione, introduzione di Wolfgang Schlucter, traduzione di Helga Grünhoff , Pietro Rossi , Francesco Tuccari, Torino, Einaudi

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