Vie dell’antico sapere: il maestro del Tempio, il Veglio della Montagna e ‘lo più bello giardino del mondo’

di Vinicio Serino

 

Sommario

  • Vie e Tradizione
  • Un grande signore feudale, un grande monaco
  • La Regola
  • “Sono scura ma bella”
  • Come si entrava nell’Ordine
  • Come si prega secondo i Templari
  • Più ch’assessino a Veglio
  • Erbe dai singolari poteri
  • In fine
  • Bibliografia

 

Vie e Tradizione

Renè Guenon così rappresenta le (tante) vie della Tradizione. “Le vie sono molteplici, ma tendono tutte ad un unico fine” (Guenon, 1976). “Due vere tradizioni non possono in nessun caso opporsi come contraddittorie” (Guenon, 1965).

Dal versante cristiano e dall’Islam sono stati in molti a battere quelle (ardue) vie. In  Occidente è verosimile che la via della Tradizione fosse ben nota ai Cavalieri Templari, il più celebre tra gli Ordini cavallereschi del Medioevo. “Lo stesso anno 1119, alcuni nobili cavalieri, pieni di devozione per Dio… professarono di voler vivere perpetuamente… osservando la castità e l’obbedienza e rifiutando ogni proprietà. Tra loro i primi e i principali furono… Ugo di Payns e Goffredo di Saint-Omer”. Così scriveva Guglielmo di Tiro, Cancelliere del Regno Crociato di Gerusalemme, sicuramente dopo il 1174, nel suo “Historia rerum in partibus transmarinis gestarum”. È il primo resoconto che tratta del glorioso Ordine del Tempio…

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Fig. 1) Baldovino II, re di Gerusalemme, cede la sede del Tempio di Salomone a Ugo de Payns e Goffredo di Saint-Homer (da “Histoire d’Outre-Mer” di Guglielmo di Tiro)

Per penetrare con cognizione di causa la realtà di quello straordinario sodalizio è necessario dare uno sguardo alla società del XII secolo. Una società estremamente dinamica che segna la fine del mondo chiuso ed autosufficiente del feudo, introducendo formidabili motivi di novità come, appunto, la Milizia templare. Un “meccanismo” che contribuisce a scardinare il vecchio concetto – tipicamente feudale – dei tre ordini caratterizzanti la rigida struttura sociale dell’epoca: ossia, secondo quanto sostiene agli inizi dell’ XI secolo il vescovo Adalberone di Laon, gli oratores, i bellatores, i laboratores. “… ordini nettamente distinti fra loro e subordinati gerarchicamente dal momento che il clero domina gli altri due ed i monaci costituiscono lo strato superiore di esso” (Demurger, 1987). D’altra parte le storie di pontefici come Gregorio VII e Urbano II, monaci legati alla Regola benedettina – e di molti altri insigni eccelsiastici – dimostrava ampiamente quali fossero davvero i centri di potere di quella società.

I Templari, unendo l’ideale contemplativo del monaco a  quello d’armi del cavaliere, rappresentano, da questo punto di vista, un momento di rottura, un “quasi scandalo”… Anche dall’altra parte della barricata, in Oriente, si ritrova qualcosa di analogo…

Fig. 2) Oratores, bellatores, productores in una miniatura francese del XIII secolo

Fig. 2) Oratores, bellatores, productores in una miniatura francese del XIII secolo

 

 

Un grande signore feudale, un grande monaco

Torniamo al momento topico delle origini dell’Ordine. Oltre ai due cavalieri citati da Guglielmo di Tiro come fondatori della Milizia templare ve ne è un altro che rimane quasi sempre nell’ombra, ma che è straordinariamente importante, Ugo di Champagne, signore di una contea, con capitale la città di Troyes, celebre, fin dall’XI secolo, per la propria industria tessile, autentico crocevia commerciale – per via delle famose fiere – e culturale, sede vescovile.

Ugo di Champagne, genero del re di Francia Filippo, è attestato, per almeno due volte, in  Terrasanta e, a quanto sembra, non per partecipare alla Crociata di Goffredo di Buglione. Per alcuni storici doveva aver preso contatti con le autorità locali per “preparare la strada” al futuro arrivo dei cavalieri dalla rossa croce. Sicuro è il suo stretto rapporto e la sua altrettanto stretta frequentazione con Stefano Harding, abate di Citeaux, grande intellettuale, profondo conoscitore di testi ebraici, sostenitore della politica curiale del primato e maestro di Bernardo di Chiaravalle…

Particolare curioso: nel corso del suo secondo viaggio (a. D. 1114) il signore di Champagne sarà accompagnato da un suo vassallo, il già citato Ugo di Payns, destinato a diventare il I° Maestro dell’Ordine del Tempio, nel quale lo stesso Ugo di Champagne entrerà in occasione del suo terzo pellegrinaggio, nel 1126. Una prima – tra le tante – stranezze: un grande Signore feudale che giura nelle mani di un suo vassallo fedeltà al nuovo Ordine…

Fig.3) La cattedrale di Troyes

Fig.3) La cattedrale di Troyes

Chissà se Ugo di Champagne avrà conosciuto il testo della lettera che Stefano di Harding inviò ai monaci di Sherbone, nel sud ovest dell’Inghilterra, là dove aveva preso i voti?. “Faccio appello al vostro amore”, scriveva l’illustre abate,  “affinché continuiate ad impegnarvi per il progresso delle virtù, secondo la vostra reputazione che è giunta sino a noi, e continuando a progredire e restando saldi con fermezza nell’autentica vita monastica, non smettiate di conservare nel cuore e nel corpo,sino alla morte, la castità e l’umiltà, dedicandovi con impegno alla parsimonia, senza mancare nella carità, per meritare di vedere il Dio degli dei” (Biffi, a cura di, 2009). Agostino, ne “La città di Dio”,  dice che il fondatore della città di Dio è, appunto, il Dio degli dei: “non degli dèi falsi, cioè ribelli e superbi che, privati della sua luce immutevole e universale e ridotti pertanto a uno stato di degenere autorità, bramano di conseguire in qualche modo un proprio potere e chiedono onori divini a coloro che hanno sottomesso con l’inganno. Egli invece è il Dio degli dèi fedeli e sottomessi, che godono di assoggettare se stessi all’Uno anziché molti a sé e di adorare Dio anziché essere adorati in luogo di Dio”. Agostino però non fa il minimo cenno alla possibilità di “vedere”, cosa, forse, consentita a coloro che avevano raggiunto la condizione di illuminati, ossia di iniziati. In questa vita…

Fig.4) La Vergine, l’abate di Saint-Vaast, l’abate de Cîteaux Stefano Harding e il copista Oisberto Saint Jérôme (In Hiereniam prophetam libri VI Saint-Vaast d’Arras, intorno al 1125, Manuscrit 130)

Fig.4) La Vergine, l’abate di Saint-Vaast, l’abate de Cîteaux Stefano Harding e il copista Oisberto Saint Jérôme (In Hiereniam prophetam libri VI
Saint-Vaast d’Arras, intorno al 1125, Manuscrit 130)

 

La Regola

Nell’anno del Signore 1128 a Troyes, dove tutto aveva avuto inizio, si raduna il Concilio (provinciale) che avrebbe, finalmente, dato la Regola alla Militia, facendone un Ordine ad ogni effetto: ”pertanto, in letizia e fratellanza, su richiesta del maestro Ugo de Payns, dal quale fu fondata, per grazia dello Spirito Santo, la nostra congregazione, convenimmo a Troyes da diverse province al di là delle montagne, nel giorno di S. Ilario, nell’anno 1128 dall’incarnazione di Cristo, essendo trascorsi nove anni dalla fondazione del suddetto Ordine” (Prologo della Regola). La comunità cavalleresca templare è Ordine cavalleresco  in quanto applica rigorosamente – per la prima volta nella storia della Cristianità – la rigida Regola monastica. Una eccezione che si accompagna ad alcune “stravaganze”, come “l’assoluta mancanza di indicazioni su motivazioni e scopi che (ne) avevano determinato la nascita …” Forse la “conquista del potere politico” e la “instaurazione di una teocrazia sull’esempio dell’Islam”? (Lancianese, 2009).

Gli storici ritengono che le linee-guida della Regola siano state fissate in Terrasanta da Ugo de Payns e – forse – dal Patriarca di Gerusalemme  (Demurger,1987). Non è dunque, contrariamente a quanto si creda, Bernardo, il futuro Santo e Dottore della Chiesa, “l’ultimo dei Padri”, il grande riformatore del monachesimo cluniacense, a dettare la Regola. E d’altra parte Bernardo, molto di più che un teologo, è un mistico, nel senso più profondo che questa parola possiede, ossia di vero e proprio iniziato ai (santi) misteri: il suo pensiero, fondato su opere come il De gratia et libero arbitrio, o il De gradibus humilitatis et superbiae, è ostile alla speculazione, alla questio che sarà invece tipica della Scolastica, e tutto indirizzato ad esaltare l’amore di Dio, origine, mezzo e fine della conoscenza. Una idea di sapere non priva di elementi di novità… È lui il riformatore che, in ambito spirituale, avvia la grande stagione di Citeaux e che, in ambito cavalleresco, si connota con il gran patron dell’Ordine del Tempio…

Fig.5) Franceschino Boxilio, Lactatio di San Bernardo da Chiaravalle, affresco della Abbazia di Santa Maria di Rivalta (Al) , XV secolo

Fig.5) Franceschino Boxilio, Lactatio di San Bernardo da Chiaravalle, affresco della Abbazia di Santa Maria di Rivalta (Al) , XV secolo

Bernardo ha comunque un rapporto stretto col Tempio, come risulta dalla sua “De Laude Novae Militiae”. La via richiesta al Templare, monaco e cavaliere, dice appunto Bernardo, è basata sulla disciplina e l’obbedienza; la sobrietà; il rifiuto dell’ozio; la perfetta uguaglianza che esalta il migliore a prescindere dal suo rango.  E “quando giunge l’ora della guerra” i suoi cavalieri “… si corazzano di dentro con la fede, di fuori non già d’oro, bensì di ferro; armati, cioè, e non ornati, in modo da incutere nei nemici la paura, piuttosto che suscitarne l’avidità… più miti di agnelli e al tempo stesso più feroci di leoni: al punto che io esito su quale nome sia meglio attribuir loro, se monaci o cavalieri. Ma potrei forse chiamarli in entrambi i modi, poiché non manca loro né la dolcezza del monaco, né il coraggio del cavaliere”.

Guenon segnala la forte valenza mistica della dottrina di Bernardo – colui che guida Dante alla fine del suo viaggio celeste – “considerando egli le cose divine sotto l’aspetto dell’amore”. Il suo “commento al Cantico dei Cantici descrive tutti i gradi dell’amore divino, sino alla pace suprema, alla quale l’anima perviene nell’estasi”. È forse il tempo della visione del “Dio degli dei” evocato da Stefano Harding? E vi perviene “immediatamente, coll’intuizione intellettuale, senza la quale nessuna metafisica è possibile e al di fuori della quale non si può cogliere che un’ombra della verità” (Guenon,1973). Il rapporto tra Bernardo, i Cistercensi e l’Ordine del Tempio è strettissimo… Anche sul piano di questa ricerca interiore.

 

“Sono scura ma bella”

Sono scura ma bella, o figlie di Gerusalemme,
come le tende di Chedar, come i padiglioni di Salomone …”Come sei bella amica mia, come sei bella! I tuoi occhi, dietro il tuo velo,
somigliano a quelli delle colombe … Le tue labbra somigliano a un filo scarlatto,la tua bocca è graziosa … Le tue mammelle sono due gemelli di gazzella che pascolano tra i gigli.
Tu mi hai rapito il cuore, o mia sorella, o sposa mia!
Tu mi hai rapito il cuore con uno solo dei tuoi sguardi,
con uno solo dei monili del tuo collo. Il tuo ombelico è una tazza rotonda,
dove non manca mai vino profumato. Il tuo grembo è un mucchio di grano,
circondato di gigli”
(Cantico dei Cantici 4 e7).

È uno dei passi più belli del Cantico dei Cantici,  il dialogo d’amore tra Salomone – secondo la Tradizione il costruttore del Tempio – e la sua Sulammita.

Fig. 6 La Madonna nera della Cattedrale di Chartres

Fig. 6 La Madonna nera della Cattedrale di Chartres

Un linguaggio palesemente erotico che tuttavia è stato al centro dell’interesse dei monaci medievali e, appunto, di  S. Bernardo che, con i suoi 86 Sermoni, è giunto all’inizio del terzo capitolo di quella straordinaria composizione. È evidente che il significato del Cantico per il monaco non è quello erotico ma, appunto, come sostiene Guenon, un viaggio verso la verità conseguita al di fuori della logica argomentativa propria della ragione umana. Il Cantico esprime allora, nel suo secondo, più profondo significato che usa la metafora dell’amplesso dei due sposi, “il poema di quella ricerca”, ricerca nel profondo del Sé, direbbe Jung, “che costituisce  tutto  il programma della vita monastica: quaerere Deum. Una ricerca che  si compirà solo nell’eternità, ma  che ha qui il reale compimento in un oscuro possesso, e questo accresce il desiderio che è, quaggiù, la forma dell’amore“ (Leclercq, 1983).

Fig. 7) Marc Chagall, Cantico dei Cantici, IV

Fig. 7) Marc Chagall, Cantico dei Cantici, IV

Un vero e proprio “indiarsi”, ovvero un penetrare nella dimensione divina come sapeva bene il Padre Dante:

D’i Serafin colui che più s’india,
Moisè, Samuel, e quel Giovanni
che prender vuoli, io dico, non Maria,                

non hanno in altro cielo i loro scanni
che questi spirti che mo t’appariro,
né hanno a l’esser lor più o meno anni…
(Paradiso, IV, 28-33)

Il cistercense padre Leclercq esprime lo stesso concetto di Guenon: l’Uomo di desiderio va alla ricerca di Dio indirizzato, nel suo viaggio, da un fuoco interiore che non è razionale. Questa ricerca alla volta del sacro era (?) la vera missione dei Cavalieri Templari. Certo la grande maggioranza interpretava questo percorso in senso “letterale”, come avrebbe detto Dante, “solo” come un viaggio in Terrasanta con l’intento di liberare il Santo Sepolcro e poter vedere e toccare la pietra che aveva accolto le spoglie del Risorto. Ma, verosimilmente, tra quei rozzi guerrieri vi era anche un piccolo gruppo che, magari segretamente, percorreva “ i complessi e perigliosi sentieri di una conoscenza antica la cui comprensione era, per sua natura, riservata a pochi eletti” (Lancianese, 2009).

Si tratta forse di Gnosi ? “Di questo fenomeno”, ossia di questa forma di ricerca interiore, “non esiste nessuna spiegazione razionale, nessuna prova scientifica, nessun riferimento che la mente umana possa veramente comprendere e fare proprio, ma fu all’interno di questa concezione che si delinearono (tra i cavalieri) i tratti di quell’antica forma di conoscenza” che appunto designiamo come Gnosi (Lancianese, 2009).

La Gnosi è, dice Guenon a proposito della ricerca avviata da Bernardo, il processo intuitivo e spontaneo, ma anche intimo e individuale, che pone l’essere umano in sintonia con la natura, consentendogli di realizzare il collegamento con la Divinità tramite la sinergia con il creato, la sua comprensione e la sua conoscenza.

Gnosis significò anzitutto conoscenza di Dio,” dice il grande filosofo Hans Jonas, allievo di M. Heiddeger e di R. Bultmann, ossia “la conoscenza di qualche cosa di inconoscibile naturalmente… Oggetto di tale conoscenza è tutto quello che appartiene al regno superiore dell’essere, e precisamente l’ordine e la storia dei mondi superiori e ciò che deve provenirne, ossia la salvezza dell’uomo.” Si tratta di una conoscenza diversa da quella razionale, acquisita attraverso una illuminazione interiore, con uno scopo eminentemente pratico. Infatti “oggetto ultimo della Gnosi è Dio: il suo avvento nell’anima trasforma lo gnostico facendolo partecipe della divina essenza…” (Jonas, 1972)

Fig. 8), Michelangelo, Creazione di Adamo, Cappella Sistina

Fig. 8), Michelangelo, Creazione di Adamo, Cappella Sistina

Proprio questa sua caratteristica, che Renè Guenon indica come “origine iniziatica di tutte le scienze e le arti”, ha  consentito che il messaggio della Tradizione si perpetuasse e attraversasse i secoli incidendo nascostamente su un’enorme varietà di espressioni creative dell’uomo, in particolare nelle opere letterarie o nella pittura e nella musica (Guenon, 1997). Ed anche nell’arte della guerra attraverso la via del guerriero.

 

Come si entrava nell’Ordine

I Templari erano allora degli iniziati chiamati a percorrere le strade perigliose della vera Conoscenza? Difficile rispondere anche se, in occasione del celebre processo del 1311, Gerardo di Caux dette una singolare testimonianza del suo ingresso nell’Ordine (a. D. 1298?) che non combacia con quanto sostiene il celebre storico del Medioevo A. Demurger (Demurger,1987). Secondo il quale La cerimonia di investitura “non ha nulla che ricordi un rito iniziatico pieno di segreto: semplicemente, entrando nell’ordine il futuro frate pronuncia dei voti ”(Demurger, 1987).

Fig.9), Templari, miniatura del XIII secolo

Fig.9), Templari, miniatura del XIII secolo

Eppure Gerardo racconta che:

Il recependario viene accolto da due frati che lo ricevono in una piccola stanza attigua alla cappella. Uno dei due frati “esperti” cerca di scoraggiarlo enfatizzando le difficoltà:”se voi desiderare restare al di qua del mare, dovrete invece recarvi al di là e viceversa … Sopporterete voi tutto ciò?” (art. 659). Ancora il buon frate intende essere assicurato sulla fede cattolica del postulante, per evitare il rischio di “infezioni eretiche”. I due frati “esperti” si ritirano lasciando il recependario in solitudine, immerso nei propri pensieri, inducendo una sorta di discesa nelle profondità della propria coscienza. I due frati quindi ritornano per sincerarsi sul proposito del recependario e solo allora lo conducono, a capo scoperto, al cospetto del maestro, dove lo fanno inginocchiare. Quindi l’aspirante cavaliere viene “denudato” simbolicamente gl viene scoperto il braccio e la parte sinistra del petto, come pure la gamba ed il ginocchio destri, mentre un nodo scorsoio viene posto al suo collo ed una benda sugli occhi… (Demurger, 1987). In questo modo avrà contezza della propria impotenza. Il celebrante chiede al candidato di confermare le risposte date ai due “esperti” e il postulante acconsente e giura su di “un certo libro”: in questo modo si impegna solennemente sul proprio onore. Ancora il postulante giura promettendo di osservare i tre voti della obbedienza, della castità e obbedienza: oltre all’impegno a non abbandonare l’ordine senza il consenso dei propri superiori (stabilitas loci?). Il celebrante allora accoglie il postulante nell’ordine, imponendogli il manto e benedicendolo, mentre il cappellano intona il salmo CXXXIII Ecce quam bonum e recita la preghiera dello Spirito Santo; quindi lo solleva, baciandolo sulla bocca, come fanno tutti i presenti. Infine il maestro espone il codice disciplinare dell’Ordine; le principali regole di comportamento della vita quotidiana; l’obbligo di cingere la vita con dei sottili legami, simbolo del vincolo che rammenta l’impegno assunto dal postulante (Demurger, 1987).

Le diverse fasi in cui si articola la cerimonia, la solitudine del postulante; lo stato di impotenza a cui viene obbligato, enfatizzato dal denudamento e dal cappio che  circonda il suo collo; il giuramento; l’imposizione del manto; il bacio sulla bocca sono altrettante espressioni di una ritualità iniziatica nella quale si ritrovano le fondamentali tre categorie individuate da Van Gennep per i riti di passaggio: segregazione, marginalizzazione, aggregazione (Van Gennep, 2002). Si produce così un vero e proprio cambio di stato, il passaggio ad una nuova condizione dell’essere, la“presa di possesso cosciente degli stati superiori” (Guenon, 1971). Ovvero, si genera una nuova identità sociale – e culturale – che attribuisce la “qualità di una ‘vita nuova’… condizione della sua riproduzione perché solo gli iniziati sono abilitati e tenuti a eseguire l’operazione iniziatica” (Zempleni, 2006). Esattamente come fanno i monaci-guerrieri quando ammettono nel loro Ordine il postulante.

Fig.10), Investitura di Orlando, miniatura del XIII secolo

Fig.10), Investitura di Orlando, miniatura del XIII secolo

Leon Gautier, illustre storico francese, nel suo libro La Chevalerie pubblicato a Parigi nel 1884, sostiene addirittura che, per la Chiesa, il Cavalierato era l’ottavo sacramento… Tanto più sembrerebbe valere questo per i Templari, dal momento che Bernardo distingue nettamente i Militi di Cristo dalla Cavalleria profana (secularis) proponendo, nel De laude, una serie di immagini di alto valore simbolico. “Quando giunge l’ora della guerra… si corazzano di dentro con la fede, di fuori non già d’oro ma di ferro…” Mentre “le due spade dei fedeli” – la spada della parola di Cristo e quella di ferro del guerriero? – “siano levate contro i nemici, affinché sia distrutta qualunque superbia osi innalzarsi contro la scienza di Dio”.

Significativo, per la sua valenza iniziatica è il bacio sulla bocca, molto di più che semplice segno di pace richiamo al Genesi quando “il Signore Iddio… formò l’uomo di fango di terra, e gli ispirò in faccia un soffio di vita: e l’uomo fu fatto anima vivente”(Genesi, 2,7).

Forse la gran parte dei cavalieri non aveva  contezza alcuna del significato “oltre” di questo complesso apparato simbolico e si fermavano alla sola missione militare, la guerra, fisica, contro il nemico infedele. Non tutti, però…

Fig. 11) Creazione dell’Uomo, Duomo di Monreale, XII secolo

Fig. 11) Creazione dell’Uomo, Duomo di Monreale, XII secolo

 

Come si prega secondo i Templari

Forse quei pochi autenticamente iniziati cominciarono ad acquisire l’idea di altre vie alla conoscenza quando ai Templari fu accordato di insediarsi nella Moschea Al Aksa (etim. l’ultima, contrapposta alla Mecca, che insiste sull’altra estremità del mondo islamico) costruita, secondo la Tradizione, sui resti del glorioso Tempio di Salomone. Il luogo è straordinariamente suggestivo perché comprende anche la Cupola della Roccia, collocata al di sopra della roccia sulla quale il profeta Abramo avrebbe dovuto sacrificare Isacco e sulla sacra pietra dalla quale il profeta sarebbe asceso, sulla misteriosa cavalcatura Buraq, al cielo, accompagnato dall’arcangelo Gabriele, per godere della visione beatifica di Allah…

Fig. 12) Gerusalemme, Spianata del Tempio

Fig. 12) Gerusalemme, Spianata del Tempio

E forse fu proprio qualcuno di questi veri iniziati il protagonista della storia narrata da un testimone arabo, l’emiro Usama ibn Munqidq, nella sua autobiografia quando racconta di come i  suoi “amici Templari” gli consentivano di entrare nella Moschea di al Aqsa per compiervi le sue preghiere: Usama pregava rivolto verso la Mecca ma un Franco gli si precipitò addosso e, per tre volte, lo costrinse a rivolgersi verso Oriente. Allora “i Templari intervennero, lo allontanarono, e si scusarono… dicendo è un forestiero arrivato in questi giorni dal paese dei Franchi e non mai visto nessuno a pregare fuorchè col viso rivolto a oriente…” ( Gabrieli, a cura di, 1987).

Il rapporto tra l’Ordine del Tempio e l’Oriente passa anche attraverso il mito del Graal: nel suo Parzifal, Wolfram Von Eschembach chiama i custodi del Graal Templeisen, ossia, appunto, Templari. Il Graal è Lapsit exillis per Wolfram. Ossia lapis ex coelis, pietra caduta dal cielo, la pietra di smeraldo che ornava la fronte di Lucifero, spiccata dall’arcangelo Michele nel combattimento che avrebbe decretato la caduta dell’angelo ribelle: sarebbe stata impiegata, nella versione cristiana della storia, per intagliare la coppa nella quale  Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue di Cristo… Sempre nel Parzifal è Kyot, “il maestro ben conosciuto” a trovare, in quel di Toledo, la fonte di questa storia .

Fig.13) Il Tempio del Graal, dall’ opera Parsifal di R. Wagner, scena di Paul von Joukowsky.

Fig.13) Il Tempio del Graal, dall’ opera Parsifal di R. Wagner, scena di Paul von Joukowsky.

Nel suo “L’Islam e il Graal” P. Ponsoye (Ponsoye, Milano 1998) racconta che Kyot proveniva dalla Provenza, terra di grandi eresie – come quella Catara – per lungo tempo sottoposta, almeno in parte, alla Spagna musulmana e tributaria della sua (grande) cultura. D’altra parte Wolfram  sostiene che Kyot perviene alla storia del Graal attraverso un “pagano”, Flegetanis, “un mago” che “traeva la sua origine, per parte di madre, da Salomone, discendendo dalla schiatta d’Israele. Flegetanis il pagano vide nelle costellazioni… coi suoi stessi occhi, arcani prodigi: e affermò che ne aveva letto chiaramente il nome tra le stelle, quale esso era”(Wolfram, 1981).

Fig. 14), La Coppa (possibile) rappresentazione del Graal

Fig. 14), La Coppa (possibile) rappresentazione del Graal

Flegetanis è un ponte tra due culture, “filiazione di saggezza esoterica” che si ricollega a Salomone “venerato in Islam come un grande profeta…” e considerato dall’ ”esoterismo islamico come rappresentante di una certa via spirituale alla quale si ricollegano soprattutto le scienze della sfera cosmica… Egli è, d’altra parte, il costruttore del Tempio, al quale si ricollegano le due grandi correnti tradizionali occidentali delle confraternite di costruttori e dei Milites Templi Salomonis, o Templari” (Ponsoye, 1998).

 

Più ch’assessino a Veglio

“Lo Dio d’Amor sì venne a me presente,/ E dissemi: “Tu ssaï veramente
Che ttu mi se’ intra lle man caduto/ Per le saette di ch’i’ t’ò feruto,/Sì ch’e’ convien che ttu mi sie ubidente”./ Ed i’ risposi: “I’ sì son tutto presto/
Di farvi pura e fina fedeltate,/
Più ch’assessino a Veglio o a Dio il Presto” 
(Dante, “l fiore”,” L’Amante e l’Amore”, Sonetto II,  4-11).

Questa di Dante è una delle due più note citazioni della setta degli Assassini; l’altra si trova nel “Il Milione” di Marco Polo. La fedeltà che Dante professa verso il Dio d’Amor è la stessa che il membro della setta degli Assassini offre al suo (tirannico e misterioso) padrone, il Veglio della Montagna…

In cosa consista questa setta ce lo dice Marco Polo, più o meno contemporaneo di Dante, nel suo Milione. “Milice è una contrada dove il Veglio della Montagna un tempo dimorava anticamente. Or vi conteremo l’affare,  secondo come messer Marco intese da più uomini. Il Veglio è chiamato nella loro lingua Aloodin. Egli avea fatto fare in una valle tra due montagne lo più bello giardino e ‘l più grande del mondo; quivi avea tutti i frutti e li più bei palagi del mondo, tutti dipinti ad oro e a bestie  e uccelli. Quivi erano condotti: per tale veniva acqua, per tale mele e per tale vino. Quivi qui era donzelli e donzelle, gli più belli del mondo e che meglio sapeano cantare e sonare e ballare; e faceva lo veglio credere a costoro che quel luogo fosse il paradiso…”

Fig. 15) Il Veglio della Montagna e il suo castello di delizie, miniatura medievale

Fig. 15) Il Veglio della Montagna e il suo castello di delizie, miniatura medievale

Marco Polo riconduce la terribile astuzia del Veglio alla credenza islamica  in un paradiso di delizie … terrene. “E perciò il fece perché Malcometto disse che chi  andasse in paradiso vi avrebbe di belle femmine tante quante volesse e quivi troverebbe fiumi di latte, e di mele e di vino…” A quelli che sceglieva per tale destinazione “gli facea dare oppio a bere e quelli dormía bene tre dí; e faceali portare nel giardino e la’ entro gli facea isvegliare”  (Il Milione di M. Polo, a cura di D. Ponchiroli, 1962). Per altro c’è chi sostiene che non si tratti di un racconto di prima mano, quanto, piuttosto, di una elaborazione di esperienze altrui…

Il Veglio, di tanto in tanto, faceva prelevare dal “paradiso” qualcuno di quei giovani, dopo averli addormentati con un “beveraggio” oppiaceo. Al loro risveglio si faceva trovare innanzi a loro come se fosse “un gran profeta”. Costoro, allora, alla domanda “onde venite, rispondono, del paradiso”. Sì che, quando il Veglio vuole uccidere qualcuno, arma il più forte di questi giovani promettendo, a missione compiuta, il ritorno in paradiso. Allora “…gli assessini vanno e fannolo molto volentieri. E in questo modo non campa neuno uomo dinanzi al Veglio della montagna…”

Il racconto di Marco Polo si riferisce al centro della setta, dislocata, appunto, nella fortezza di Alamut, nella Persia orientale. Ma gli assassini avevano anche un ramo in Siria, come attesta un inviato dell’Imperatore Federico Barbarossa: il quale riporta, nell’a. D. 1175, la storia del paradiso – palazzo delle delizie e di come, pur di ritornare in quel luogo di piacere, essi siano disponibili ad ottemperare ad ogni ordine del Veglio.  “Non osservano la legge dei saraceni perché si cibano di carne di maiale ed inoltre si uniscono senza distinzione con tutte le donne, comprese le proprie madri e sorelle. Vivono sulle montagne e sono pressoché invincibili perché possono rifugiarsi in castelli ben fortificati… Tra di loro vi è un Signore che desta il più grande timore sia in tutti i principi saraceni, tanto vicini quanto lontani, che nei principi cristiani dei paesi confinanti. Quindi il signore dà ad ognuno un pugnale dorato e li manda ad uccidere quel principe che egli ha indicato…”

Fig.16), L’Imperatore Federico Barbarossa, miniatura del XII secolo, Biblioteca Vaticana

Fig.16), L’Imperatore Federico Barbarossa, miniatura del XII secolo, Biblioteca Vaticana

Sulla scorta delle informazioni raccolte da cronisti e viaggiatori del tempo si ha allora che:

  1. gli Assassini sono una schiera, il che enfatizza la loro capacità straordinaria di sicari al servizio del Veglio;
  2. vivono in una dimensione “altra” – il loro paradiso – luogo di insuperabili delizie e di altrettanto insuperabile piacere, del tutto distinto e separato dal mondo “normale”;
  3. il richiamo al paradiso, cioè ad un parola che riconnette il greco paradeisos, ossia giardino, all’antico persiano pairi-daeza, cioè luogo recintato, dà il senso della valenza religiosa dell’organizzazione, di un “credo” , ossia di una “visione del mondo” totalizzante e non integrabile con le “altre” “ordinarie”;
  4. l’uso di sostanze oppiacee per favorire il sonno dei giovani ha fatto ritenere a che la parola Assassini discenda dal termine hashish sì che quindi la straordinaria determinazione dei settari non dipendesse solo dal desiderio del ritorno in paradiso, ma anche dagli effetti della canapa indiana;
  5. la Tradizione vuole che gli Assassini avessero profonde conoscenze esoteriche e che fossero in grado, avendo seguito insegnamenti sufici (da suffa, portico antistante la casa-moschea di Maometto a Medina?), di attraversare stati diversi della coscienza.

 

Erbe dai singolari poteri

Il termine Ḥashīshiyyah è molto raro: la setta (o schiera) degli Assassini è di solito chiamata Ismāīliyyah, nome di un’eresia scita fondata dal persiano al-Ḥasan ibn as-Sabbāh. Dal 1090 d.C. – i cristiani conquisteranno Gerusalemme nel 1099 – al-Ḥasan occupa la fortezza, praticamente inespugnabile, di Alamut, posta su una altura di oltre 2000 metri a sud- est del Mar Caspio a circa 100 km da Teheran,  combattendo  con successo i Selgiuchidi, di fede musulmana sunnita. Molto frequentemente gli Assassini sono chiamati Fidāwiyyah, “coloro che danno la vita in riscatto (fidā) della propria anima”, martiri li definiremmo oggi; ovvero  Malāḥidah, plurale di mulḥid “eretico”(Levi Della Vida, 1929).

Fig. 17) Resti della fortezza di Alamut, Iran

Fig. 17) Resti della fortezza di Alamut, Iran

Gli effetti dell’uso di questa sostanza sono ben descritti da Arnoldo da Lubecca, monaco benedettino vissuto tra il XII ed i primi del XIII secolo: “Essa provoca eccitazione, estasi, l’uscita dai sensi, ebbrezza. Convenivano quindi dei maghi che ai dormienti mostravano cose meravigliose e dilettevoli, assicurando che tali gioie sarebbero divenute eterne, se avessero eseguito ciò che sarebbe stato loro ordinato…” (Zanello, 2003)

A proposito degli Hashishiyya, Abd al-Karīm ash-Shahrastānī, storico persiano vissuto tra la fine dell’XI e la prima metà del XII secolo dice che alcuni di loro “non ammettono la conoscenza né del sensibile né dell’intelliggibile, per loro non vi è discorso che porti a verità certa… Altri riconoscono la verità del sensibile e si occupano solo di questa, negando l’esistenza del mondo dello Spirito; altri, di una certa cultura, riconoscono infine l’esistenza del sovrasensibile, ma non ammettono sanzioni, prescrizioni , leggi svelate e sottomissione (a Dio), che riconoscono utili per le persone ordinarie, ma non per loro stessi… i primi… sofisti, i secondi… fisici, i terzi… metafisici; ascoltare i loro ragionamenti porta a smarrimento e confusione…” (Zanello, 2003) Non è una splendida descrizione della attività di una comunità iniziativa vista da parte di un profano curioso?

Le testimonianze dell’epoca (come lo Shaikh sufi al Zawaji, XII secolo) confermano i “benefici occulti” dell’hashish perché portava alla modificazione di facoltà cognitive capaci di aprire l’accesso su misteriose superiori dimensioni. Vere e proprie “uscite dal mondo” attraverso tughayyir al-aql, ossia il cambio della mente. Forse chi intraprendeva questo viaggio era in grado di incontrare il “dio degli dei?”

Fig.18)  Hieronymus Bosch, Ascesa all’Empireo, Museo Grimani, Venezia, inizio XVI secolo

Fig.18)  Hieronymus Bosch, Ascesa all’Empireo, Museo Grimani, Venezia, inizio XVI secolo

È possibile che anche i Greci, per l’avviamento ai loro misteri, facessero uso della canapa, il cui uso cultuale si ritrova già in Erodoto, il quale riferisce che gli Sciti, popolazione nomade del Mar Nero, dopo aver seppellito i propri morti innalzavano una tenda su tre pertiche, ponendo al centro di essa delle pietre incandescenti. Dopo di che i partecipanti al rito si sistemavano all’interno della tenda e gettavano sulle pietre roventi semi di canapa. I fumi intensi ed aromatici che si sprigionavano erano particolarmente apprezzati dagli officianti, che ne aspiravano a pieni polmoni (Ginzburg, 1998). La cannabis che  si ipotizza sia stata utilizzata ad Eleusi, allora, potrebbe essere giunta proprio da quei territori occupati dai c.d. signori delle pianure che, con i greci, intrattenevano rapporti non solo conflittuali (cfr. Talbot Rice, 1958).  Più spesso si faceva un composto di canapa che veniva ingerito – gli arabi lo chiamavano bhang, o bendsch – ed i cui effetti vengono descritti in alcune storie de Le Mille e una notte. Il composto, sia fumato che ingerito, produce immediatamente intensa ilarità, ma i suoi effetti cumulativi sono imprevedibili, tendenti sia al riso sia alla violenza estatica o viranti alla depressione.

Fig. 19) Demetra e Persefone, bassorilevo

Fig. 19) Demetra e Persefone, bassorilevo

È in Terrasanta, al tempo della occupazione crociata, che gli Assassini entrano in contatto con i Templari, di cui diventano alleati e tributari. Gugliemo di Tiro, nella sua Historia, sostiene che il Veglio si sarebbe convertito al Cristianesimo se gli stessi Templari, “per cupidigia”, non avessero ucciso i suoi inviati. L’Aladino citato da Marco Polo, ossia ‛Alā’ ad-dīn (Aladino, 618-653 èg., 1220-1255 d. C.) è uno degli ultimi esponenti della setta che finirà l’anno dopo con la caduta di Alamut ad opera dei Mongoli e l’uccisione dell’ultimo Veglio, Rukn ad-dīn.

Una delle imprese più note della setta fu l’assassinio, nell’aprile del 1192, in quel di Tiro, di Corrado, Marchese di Monferrato, Signore di Tiro e cugino di Leopoldo V duca d’ Austria. Si ignora chi avesse armato la mano degli Assassini: il “feroce” Saladino o il cattolico Riccardo Cuor di Leone. In una biografia aneddotica del Gran Maestro degli Assassini Rashi ad-in Sinàn si dice che due “apostati convertiti”, appunto due Ismailiti, si sarebbero finti, cristiani per sei mesi, assicurandosi ”la confidenza” del Marchese “con la loro assidua frequenza. …si attaccarono al suo arcione e lo trucidarono. Subirono entrambi il più crudele supplizio, e furono trattati nel modi più spietato”, non prima di aver confessato di essere stati inviati dal re di Inghilterra (Gabrieli, a cura di, 1987).

Fig. 20) Rashi ad-in Sinàn

Fig. 20) Rashi ad-in Sinàn

Forse dal mondo islamico i Templari conseguirono un’altra eredità, quella del Bafometto, un “idolo”, “una testa d’uomo imbalsamata dagli occhi di carbonchio”, cioè di rosso come risulta dai capi di accusa rivolti all’Ordine. Questa accusa si ricollegava alla deposizione resa dal 1311 dal notaio Antonio Sicci da Vercelli, già cavaliere del Tempio, a proposito di un nobile di Sidone che aveva posseduto, carnalmente, da morta, la donna dei suoi sogni. Dopo questa macabra operazione una voce gli avrebbe ingiunto di tornare alla tomba dopo nove mesi. “Giunto quel giorno, il cavaliere tornò alla tomba e trovò una testa umana tra le gambe della donna sepolta. La voce si fece di nuovo sentire e gli disse ‘Conserva questa testa, perché da essa ti verrà ogni bene’”(Demurger, 1987).

Quando i locali del Tempio di Parigi furono attentamente perquisiti dagli sgherri di Filippo venne trovata una testa barbuta custodita in un reliquario d’argento…

Fig. 21) Baphomet, Chiesa di Saint Merri, Parigi

Fig. 21) Baphomet, Chiesa di Saint Merri, Parigi

Il racconto di Antonio Sicci  sembrerebbe confermato dalle ricerche in Siria condotte da S. Reinach che qui avrebbe rinvenuto, risalenti ad un secolo prima del tempo dello stesso Sicci, tracce della leggenda. La testa, adorata dai cavalieri come un vero e proprio idolo, sarebbe la dimostrazione della loro conversione all’Islam perché il nome con cui essa è nota, ossia Bafometto, potrebbe essere una corruzione di Maometto. “È una testa iniziatica per i Templari, che portano alla vita delle cordicelle che sono state in contatto con essa” (Demurger, 1987). Mentre il capo di accusa precisa: “vi sono voci che dicono che queste cordicelle sono state poste lungo al collo di un idolo che ha forma di una testa maschile con una lunga barba; e che tale testa viene baciata ed adorata durante i capitoli provinciali…”

Quell’idolo “è un ‘demone’ che (allegoricamente) dà sapienza e ricchezza, virtù…  riferita allo stesso Graal …” e poi quella parola, Bafometto, potrebbe essere la corruzione di Baphe metis, ossia “battesimo di sapienza”,”immersione di sapienza”, quindi acquisizione di una superiore Gnosi, una conoscenza per (ineffabile) illuminazione (Evola, 1972). Una costante della dimensione magica: la contaminazione culturale, anche con apporti da modelli culturali molto diversi quali appunto il satanismo ed il “culto” del S. Graal…

 

In fine

«Guarda il pensiero nel tuo cuore. Addio in questo mondo, la pace del Signore sia con te, ma pensa al Tempio e ai Templari. Noi abbiamo perduto le nostre speranze terrene ma abbiamo mantenuto in cuore la fede, perché siamo Cavalieri di Cristo – I lebbrosi resusciteranno e ricostruiranno il Tempio distrutto di Salomone, in modo celeste, contro l’impero del dragone» (da un graffito sulla parete di una cella del castello di Chinon). Il Tempio sarà come “lo più bello giardino del mondo”.

Fig. 22 Graffiti del castello di Chinon

Fig. 22 Graffiti del castello di Chinon

 

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