Occidente, Islam, diritti fondamentali

di Silvio Gambino

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Nota redazionale – Intervento alla Tavola Rotonda “Occidente e Islam”, in occasione dell’Inaugurazione dell’anno accademico 2007-2008 della Facoltà di Scienze Politiche della Università della Calabria.

Anche se i fenomeni di integralismo che agitano la scena internazionale sembrano non lasciare molto spazio alla diffusione della democrazia soprattutto nei Paesi islamici, pare comunque indubbia la presenza anche all’interno di questi ultimi di una discussione e di un orientamento tesi alla diffusione del costituzionalismo anche al loro interno.

A livello planetario, da tempo è ormai in corso un vero e proprio confronto (culturale e politico) che ha finito con il polarizzare l’attenzione sull’Occidente e sull’Islam, con i relativi valori e le relative differenze.

A questo dibattito si è voluto aprire anche la Facoltà di Scienze Politiche dell’UniCal. Oltre a trattarne nelle variegate e molteplici formule della offerta formativa dei suoi corsi di studio, la Facoltà partecipa a tale dibattito con l’organizzazione della Tavola Rotonda di oggi, su “Occidente e Islam”. Con essa la Facoltà inaugura ufficialmente l’anno accademico 2007-2008.

L’analisi di ciò che ci circonda ci porta ad osservare come siamo ormai di fronte ad una vera e propria sfida del costituzionalismo del XXI secolo. Unitamente alla diffusione a livello planetario dei vincoli imposti ai poteri sovrani degli Stati mediante regole democratiche e il rispetto della dignità e dei diritti umani, al tempo stesso, tale sfida consiste nel riuscire a garantire e tutelare le identità e i nazionalismi legati alla religione quali valori normali e come principi operanti nell’alveo della democrazia, sia pure qualificata con le necessarie gradualità che sono imposte dal percorso storico di emancipazione sociale e culturale dei popoli.

Nella sfida democratica del nuovo millennio, uno spazio importante è occupato dal rapporto fra diritti fondamentali e ordinamenti (giuridico-statali) a base islamica. Tale sfida appare tanto più opportuna, quando si consideri come la polarizzazione della risposta internazionale di tipo bellico (peraltro al di fuori delle regole formali della Comunità internazionale) possa consolidare – con la convinzione (tutta politica) della superiorità della civiltà occidentale su quella islamica – uno scenario infausto di ‘scontro di civiltà’ alla Samuel Huntington, foriero di drammi in un mondo sempre più globalizzato.

Nel loro incentrarsi sulle tematiche della globalizzazione, della violenza e della democrazia, i termini essenziali di questa breve riflessione introduttiva alla Inaugurazione dell’a.a. appaiono tanto generali quanto specifici, limitandosi (in questa sede) al mero tema del radicalismo, del fondamentalismo cioè di una componente (non si sa invero quanto ampia) del mondo islamico, cui non pare tuttavia mancare consenso diffuso.

Tale distinzione deve, fin da subito, sottolineare l’eccentricità della soluzione fondamentalista rispetto alla cultura di fondo del mondo e della cultura islamica, la cui ‘concezione dei diritti’ fondamentali pare meritevole di un approfondimento non vincolato alla logica, per molti profili ‘simil-coloniale’, del diritto occidentale.

Non pare dubbio, tuttavia, che la tematica del fondamentalismo, in particolare, merita da parte della cultura occidentale un’attenzione consapevole e un esercizio della sua capacità di ascolto e di dialogo. Non fosse altro perché la traumatica guerra interna allo stesso mondo islamico, originata da letture e da giurisprudenze neo-tradizionalistiche e radicali – nel porre al centro dello scontro il tema epocale della separazione tra sfera politica e sfera religiosa – è stata (con forme e intensità certo diverse) già conosciuta dalla cultura politica occidentale in epoche storiche risalenti.

Il felice approdo di tale processo nella vecchia Europa liberale è costituito dalla Declaration des droits de l’homme et du citoyen e con essa dalla fondazione di un modello di Stato liberal-democratico. Successivamente, pur con tutti i limiti registrati nell’esperienza storica, tale forma di Stato, liberal-democratica prima e poi democratico-sociale – muovendo da formule autocratiche e assolutistiche – si è dimostrata capace di farsi carico, con evidenti e inevitabili gradualità, delle stesse tematiche della ‘giustizia sociale’ (con la stretta integrazione costituzionale fra principio di libertà e principio di eguaglianza) e con esse della ricomposizione (attraverso il riconoscimento costituzionale della loro necessaria distinzione) della sfera politica, di quella economica, di quella religiosa e di quella sociale.

Se si guarda con occhio più attento alle vicende troppo stesso traumatiche dell’attualità, pur nel profondo rispetto della diversità delle culture, è possibile riscoprire, come all’interno di uno specchio deformato, una parte della storia occidentale risalente (e soprattutto di quella italiana), con la confusione tra fede e politica, Chiesa e Stato, che l’hanno caratterizzata fino ai primi anni del millennio trascorso, e con le stesse esclusioni e la ‘guerra alle streghe’ (che oggi è possibile riconoscere in talune letture e pratiche radicali del diritto religioso islamico, nell’imposizione del burqua alle donne talibane, nella stessa mutilazione sessuale delle donne ove praticata, nelle stragi civili perpetrate dai gruppi fondamentalisti in alcuni Paesi islamici).

Ripercorrere la storia europea, della sua cultura politica e della sua stessa edificazione dello Stato, dunque, può essere utile non tanto per consolidare certezze quanto per individuare risposte e cercare soluzioni sulle modalità seguite nel superamento dei richiamati problemi, con l’affermazione del principio della laicità dello Stato e della tutela dei diritti fondamentali.

Così, se, attualmente, lo scontro – nel mondo islamico ma non solo – non è certo tra Occidente e Islam, ma, a ben vedere, tra fede e Stato, s’impone una ridiscussione delle problematiche poste dal rapporto tra fede e politica, tra religione e Stato, un rapporto che pare bene affrontabile separando le responsabilità politiche dalla libertà religiosa, fondamento risalente degli stessi diritti pubblici contemporanei nella cultura e nel diritto occidentale. In una parola, riconoscendo “a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Fuori dall’autorevole citazione, il tema attuale si presenta anche come necessità di un superamento della categoria schmittiana ‘amico-nemico’ applicata al criterio dell’adesione alla “vera fede” quale elemento di distinzione dentro e fuori le società islamiche.

Il mancato riconoscimento della necessarietà di tale superamento – nel ché, fondamentalmente, si concretizza il nucleo duro del fondamentalismo islamico – rischia di opacizzare se non perfino di togliere valore identificativo alla concreta e, poco ideologica, civilizzazione musulmana, riconsegnando l’Islam ed i Paesi che a tale religione s’ispirano agli oscurantismi propri di ogni ‘Stato etico’, per questa ragione necessariamente autoritario e totalitario.

A parte l’intollerabilità morale e politica del terrorismo, il rischio aggiuntivo di un simile approccio sarebbe dato dalla reazione identitaria negli stessi popoli e in una parte (almeno) degli Stati islamici, che si accompagna con il rifiuto netto e definitivo della partecipazione al processo di globalizzazione, pure da molti auspicato come complemento necessario e/o inevitabile dell’auspicato multiculturalismo e dell’economia contemporanea.

Quest’ultimo non significa solo e necessariamente mondializzazione degli scambi economici ma deve significare, se non vuole risultare oppressivo, fondazione di una base di diritti umani (politici ed economici) comune alle genti dell’intero pianeta.

L’Occidente e la sua cultura, pertanto, sono chiamati in gioco non tanto e non solo per limitati (ed egoistici) interessi economici ma soprattutto perché una simile visione rischia di troncare sul nascere e per un tempo indefinito la cultura democratica di questi Paesi, riproducendone all’infinito il fondamentalismo religioso e politico.

Conclusivamente, per tornare all’Occidente (Europa in primis) e allo stesso ruolo della cultura (ma anche dell’Università), è opportuno sottolineare come esso non possa assistere passivamente a quanto avviene nel mondo islamico né pensare come risolutiva e/o taumaturgica la leva della polizia internazionale nella rimozione di cause che hanno manifestazione terroristica ma, nel fondo, origine e natura sociale, religiosa e ideologica.

L’Occidente, come è stato bene sottolineato, “deve scegliere tra la coerenza più estrema ed il suo tramonto … ponendo fine allo scarto fin qui strutturale, che ne ha accompagnato l’esistenza: tra princìpi solennemente proclamati e pratiche di governo che troppo spesso li hanno smentiti e infangati o comunque trascurati” (Flores d’Arcais, inMicromega). Non si tratta, come si è anche aggiunto, di scegliere fra Cristo e Maometto, quanto piuttosto di “diventare finalmente fedeli all’Occidente dei valori proclamati, stratificazione di Vangelo e di eresia, di illuminismo e di secolarizzazione” (Flores d’Arcais, in Micromega).

Dall’ormai dimenticato Vietnam al sostegno talora offerto a governi corrotti e tirannici, alla difesa, che diviene vero e proprio accordo con partners inaffidabili, fino – e più fondamentalmente – alle crescenti diseguaglianze tra coloro che vivono nel mondo ricco e in quello povero – emerge molto più di un dubbio sulla stessa bontà della globalizzazione e sul culto acritico del mercato che non si accompagni con il riconoscimento e la protezione della dignità della persona umana e con essa di una nuova concezione davvero universale dei diritti dell’uomo e della democrazia. Una concezione – quest’ultima – che registra ancora un ritardo culturale e istituzionale a farsene carico da parte dei popoli e degli Stati dell’intero pianeta! Una concezione sollecitata talora soltanto dalle rappresentanze più autorevoli delle religioni presenti sul pianeta!

Non riflettere su queste tematiche e non comprenderne la radicalità significa, in conclusione, non comprendere che il processo di secolarizzazione, che in Occidente ha significato, da due secoli a questa parte, e significa tuttora, sviluppo economico ma anche civile, in Oriente e soprattutto in Africa, viene percepito, al contrario, come una ideologia neo-coloniale, imposta, che si sovrappone ad una realtà antropologica, culturale e religiosa del tutto diversa, che ne mette a rischio l’identità, provocandone per questo stesso una polarizzazione fondamentalistica religiosa.

Per una cultura occidentale attenta e non acritica, al contrario, il mondo islamico deve essere colto come rivelatore più generale dei limiti insopportabili di una certa idea della globalizzazione che si presenti come imposizione del mondo occidentale, sfruttamento delle sue risorse naturali, imposizione della sua cultura, delle sue regole, dello stesso impianto concettuale ed etico, con il consequenziale corollario del suo assoggettamento al mercato ed alla concezione (spesso dozzinale) dell’ottimismo consumistico delle promesse pubblicitarie del mercato capace di auto-equilibrarsi, che in verità non sempre è dato riscontrare nella realtà economica e sociale.

Qualche riflessione per concludere questa breve riflessione – proposta a mò di saluto agli autorevoli Ospiti intervenuti e ai nostri studenti – ci porta infine a richiamare i limiti registrati  in quelle letture che, sia pure con dinamiche contrapposte al loro interno, muovono dalla sottolineatura radicalizzata di interpretazioni dell’Occidente e della sua cultura ma soprattutto dell’Europa contemporanea, che vanno dall’evidenziamento di un loro riduzionismo etico fino – in senso radicamente contrapposto – all’evidenziamento di un vero e proprio senso di colpa, che, a sua volta, sarebbe figlio di un risalente cupio dissolvi e con esso della “valanga penitenziale” che da almeno un secolo a questa parte, secondo il recente approccio del filosofo francese Pascal Bruckner (La tirannia della penitenza), starebbe riguardando l’intero Occidente e la sua cultura.

Nell’ottica di questa lettura fortemente autocritica di una parte della stessa cultura occidentale sarebbero comprensibili quelle stesse alleanze teoriche se non anche pratiche – come non siamo nelle condizioni di dimostrare – fra integralismo/fondamentalismo religioso e colonialismo post-coloniale dell’Occidente (Paul Berman, Terror and Liberalism).

In tale cornice, la catarsi necessaria sarebbe costituita dalla “Grande Penitenza”. “Questa invocazione al pentimento – come spiega Bruckner ‑ contiene in sé una profonda verità: è il messaggio che ripete ossessivamente da oltre mezzo secolo, e dietro la maschera di un edonismo di maniera, la filosofia occidentale, la quale vuol essere insieme parola emancipatrice e cattiva coscienza del proprio tempo. Ciò che essa inocula, sotto una parvenza di ateismo, non è altro che l’antico veleno della dannazione, la vecchia dottrina del peccato originale: in terra guidaico‑cristiana non esiste miglior sprone del senso di colpa, e quanto più filosofi e sociologi si proclamano agnostici, atei, liberi pensatori, tanto più confermano la fede che vorrebbero rifiutare … Dall’esistenzialismo al decostruzionismo, il pensiero moderno si consuma nella denuncia meccanica dell’Occidente, della sua ipocrisia, della sua violenza, dell’abominio che lo contraddistingue”.

Da questo cortocircuito ideologico – accusa Bruckner – nasce una nuova forma di colonialismo intellettuale, un “paternalismo della cattiva coscienza, perché pensarsi come i re dell’infamia significa porsi tuttora al punto più alto della storia”. Freud lo ha spiegato chiaramente, il masochismo altro non sarebbe che sadismo rovesciato.

Le lunghe citazioni della parte destruens di quest’analisi autocritica dell’Occidente, tuttavia, non devono far dimenticare che l’Europa che ha generato i mostri “con il medesimo atto ha creato anche il pensiero che permette di teorizzarli e distruggerli. Succedendo agli arabi e agli africani, gli europei hanno dato inizio alla tratta dei neri … ma hanno ispirato l’abolizionismo e messo fine alla schiavitù prima che negli altri continenti; hanno commesso i peggiori crimini e si sono dotati dei mezzi per sradicarli … Dall’ordine medioevale nasce il Rinascimento, dal feudalesimo l’aspirazione democratica, dall’oppressione della Chiesa, l’Illuminismo”.

L’invocazione più alta accolta in questa analisi, i cui termini abbiamo preso a prestito per questa riflessione, sembra essere infine quella di riscoprire la nobiltà dei valori occidentali, scongiurando la disunione dell’Occidente e al contempo riconoscendo e valorizzando i valori profondi del pluralismo che di quest’ultimo costituiscono nucleo indefettibile e definitorio.

Ed è proprio questo il punto; vogliamo ancora ritornare ad un citazione del saggio di Bruckner: “Il più bel regalo che l’Europa può fare al mondo è di offrirgli la capacità di autoanalisi che ha saputo inventare e che l’ha salvata da tanti pericoli” (p. 232). Proprio questa “capacità di autoanalisi” è il bene più prezioso della civiltà occidentale, perché essa “ha generato mostri, ma con il medesimo atto ha creato anche il pensiero che permette di teorizzarli e di distruggerli” (p. 37). Insomma, guardando in volto – e sempre con spudorato cinismo – il suo monstruum, quell’alter ego che la deforma e la sfigura, la civiltà occidentale ha sempre saputo guarirsi dalla presunzione fatale di essere perfetta e dal perseverare nei suoi errori. “La civiltà europea”, leggiamo, “è una straordinaria macchina che al contempo produce il male e lo contiene. Il genio dell’Europa consiste in questo, che non si fa ingannare dalle proprie zone d’ombra, perché conosce troppo bene le sue stesse malattie e la fragilità dei confini che la separano dall’ignominia che le è caratteristica” (p. 41). La civiltà occidentale, per dirla con lo stesso Popper, procede in modo fallibilista, per trials and errors, cancellando dal suo orizzonte l’idea della perfezione e costruendo l’“avventura unica di un’autoriflessione che non lascia in piedi nessun idolo, che attacca violentemente ogni tradizione e ogni autorità” e che ha al suo interno un “principio di espansione”, di “pluralismo” e di “relatività delle credenze e delle fedi” (p. 42).

Questa è la virtù dello spirito e della cultura occidentale che tiene uniti in un unico movimento ideale un insieme di democrazie liberali (al di qua e al di là dell’Atlantico) che hanno riconosciuto e rifiutato i propri crimini, invece di nasconderli ipocritamente o addirittura glorificarsene (p. 114).

Rimane da capire, dopo avere letto le analisi del Bruckner e dopo aver letto talune esasperate censure della cultura occidentale (ma anche di quella accademica), se vi sia un pubblico ancora disposto ad ascoltare tali ragioni.

Inutile nascondersi che la congiuntura non è più favorevole: lo ‘scandalo’ causato dagli attentati a New York, Londra e Madrid sta progressivamente svanendo. Le forze più ‘penitenziali’ e ‘masochiste’ della cultura occidentale stanno prendendo il sopravvento, scambiando ancora una volta la saggia tendenza all’autocritica per una folle corsa all’autoflagellazione.

L’Occidente pare sempre più impaurito dal sacrificio che comporta la difesa della propria identità e incapace di accettare la fatica di fare rinascere la propria tradizione con quell’operosità che non si arrende alla stanchezza e alla disperazione. “Nei suoi momenti peggiori, l’Europa cerca la pace a ogni costo, anche la pace cattiva, per parlare come san Tommaso, quella che consacra l’ingiustizia, l’arbitrarietà, il terrore: pace detestabile, gravida di conseguenze funeste” (p. 209).

In questo contesto, c’è da chiedersi, che accoglienza potrà avere quell’analisi (Bruckner) che risale la corrente e non accetta di arrendersi al flusso decadente della cultura europea, alla sua fame sproporzionata di dubbio, critica e penitenza.

Ma forse proprio analisi come quelle di cui si è qui fatto breve richiamo hanno un particolare valore, perché possono mantenere e riaccendere il dibattito su posizioni che sembravano ormai sul punto di essere travolte e di non avere più alcuna cittadinanza nella cultura e nella vita morale. Ivi compreso quando l’oggetto di tale riflessione riguardi due mondi apparentemente ma anche realmente così diversi e così distanti, come l’Islam e l’Occidente, ma che cionondimeno devono imparare a conoscersi e a riconoscersi!

 

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