Sotto la bandiera dell’interismo-leninismo. Conversazione con Luigi Cavallaro

interismo leninismo

È uscita per Manifestolibri la nuova edizione aggiornata di uno dei libri più singolari degli ultimi anni, Interismo Leninismo. La concezione materialistica della zona: breve corso, di Luigi Cavallaro, Consigliere della Sezione Lavoro della Suprema Corte di Cassazione e già collaboratore del quotidiano «il manifesto» e di «Critica marxista», con il quale abbiamo avuto la possibilità di conversare su alcuni aspetti trattati nel libro.

Marco Ferrari Nell’anno del centenario della Rivoluzione russa, torna in libreria Interismo Leninismo. Un testo molto interessante e di piacevolissima lettura, soprattutto in questi ultimi tempi, in cui è fondamentale riuscire a veicolare delle idee e dei ragionamenti profondi e complessi attraverso modi da “filosofia pop”, con l’uso di metafore e comparazioni immediatamente comprensibili a tutti, dal cinema alle serie tv. Un metodo talvolta criticato, ma la cui efficacia è confermata dal successo di pensatori come Slavoj Žižek[1], il quale analizza attraverso la psicologia lacaniana i problemi posti dal capitalismo globalizzato, utilizzando spesso metafore cinematografiche e altri esempi della cultura pop. Tale successo, come si vede anche dall’affluenza a “festival della filosofia” e altre iniziative, dimostra l’interesse che ancora esiste per determinati argomenti e problematiche, oggi ipersemplificate e quindi, paradossalmente, rese di ancor più difficile comprensione. Questo perché la discussione in ambito pubblico si è gradualmente ridotta alla recitazione di slogan e alla condivisione di opinioni sentenziose sulle reti sociali. La cultura è diventata frenetica come la società che la esprime, e il modo di attirare l’attenzione su temi complicati attraverso un linguaggio a suo modo scherzoso, rappresenta un passo importante per recuperare terreno nel dibattito pubblico. La prima domanda allora è: interismo e leninismo, calcio e politica collettivista, davvero è possibile comprendere una visione sociale così importante, quella dell’individuo colto nella sua dimensione sociale – un individuo che non è un’isola, non può esserlo e non lo sarà mai – attraverso la metafora di un gioco di squadra? Gioco che però, come lei spiega nel libro, ha subito una metamorfosi individualista profonda che ha portato alla crisi, altrettanto profonda, di questo stesso gioco.

Luigi Cavallaro – Sì, questo libro è un esperimento giocoso, un divertissement, volto a recuperare in una chiave più leggera, e quindi più fruibile, tematiche come il rapporto tra individuo e collettività o come il nesso tra libertà e uguaglianza che, ancor oggi, a cent’anni dalla Rivoluzione d’ottobre, non si possono evocare senza correre il rischio di esserne pietrificati. Questo era lo spirito con cui Interismo-leninismo uscì nel 2010 e tale è rimasto in questa nuova edizione, in cui si dà atto di ciò che è avvenuto dopo il Triplete del 2010, che per noi interisti è stato qualcosa di non meno complicato quanto accaduto in Unione Sovietica negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione. Perché parlarne attraverso il calcio? Perché il calcio è indubbiamente il più importante gioco di massa che noi conosciamo, almeno in ambito europeo. (Negli Stati Uniti non è così e non a caso lì il comunismo non lo hanno mai capito.) E in Europa, e specialmente in Unione Sovietica (almeno fin quando è esistita), questo gioco ha veicolato l’idea che l’individuo può essere veramente tale solo se inserito in un organismo più ampio, perché è solo all’interno di questo organismo che egli può riuscire ad esprimere appieno i suoi peculiari talenti. È invece aliena dal calcio l’idea che l’individuo possa essere qualcosa di totalmente irrelato rispetto al contesto in cui vive e opera, e ciò indipendentemente dal fatto che il pubblico possa invece appassionarsi più alle giocate dei fuoriclasse che all’organizzazione della squadra: quando si sentono parlare gli addetti ai lavori, specialmente gli allenatori e i calciatori stessi, tutti pongono sempre l’accento sul collettivo. Quanto più il calcio si è allontanato da questo modo di pensare, tanto più è divenuto difficile giocare in modo efficace.

FerrariIn effetti c’è una “frenesia” individualistica negli sport di squadra, la cui natura è invece collettiva, che li forza ad andare contro i propri presupposti.

Cavallaro – Mi torna in mente la vicenda dell’Argentina allenata da Maradona, nel 2010: c’erano undici campioni, ma presero quattro gol da una Germania che invece era composta per molta parte da calciatori ancora pressoché sconosciuti. Nessuno sapeva bene chi fossero quei giovanotti che rispondevano al nome di Khedira, Özil, Müller, eppure rifilarono quattro reti ad un’Argentina che schierava fuoriclasse riconosciuti come Messi, Higuaín, Di Maria, Mascherano, Tevez e Aguero, per di più entrando praticamente ogni volta in porta col pallone. Il fatto è che da una parte c’erano undici campioni che giocavano ognuno per conto proprio, mentre dall’altra c’era una squadra molto meno forte dal punto di vista tecnico, ma molto più organizzata. E l’organizzazione trionfa sempre, quando tra le due squadre non c’è uno scarto troppo grande di categoria. L’ottavo di finale di Coppa Italia tra Inter-Pordenone le ricorda qualcosa? A me sì…

FerrariTorna alla mente anche l’ultima, disastrosa performance del Brasile in finale con la Germania nel 2014, che ha subìto sette goal e l’unico inflitto sembra quasi essere stato “concesso” dagli avversari… Lei ha scritto molto a proposito dell’austerità come presunta soluzione economica alla crisi; in particolare ricorderei un articolo[2] del 2012 in cui pone l’esempio della “Sordinomics”, ossia della ricetta di Alberto Sordi per il risanamento dei conti pubblici, che lui diede a suo tempo e che rassomiglia molto all’austerità odierna, ormai divenuta il Verbo della politica internazionale, con i tagli delle spese e degli sprechi per rientrare nei margini del debito pubblico, esattamente come farebbe un individuo indebitato. In questo articolo lei mostra come le teorie di Keynes e di Kalecki siano in effetti la cura più auspicabile alla crisi, mentre le politiche di austerità, in maniera contro-intuitiva, possano portare al dissesto economico: il taglio delle spese fa sì abbassare i prezzi, ma anche i profitti, e con essi i salari, generando un impoverimento diffuso che arriva a bloccare l’economia anziché farla ripartire. Un intervento statale può invece regolare i meccanismi economici ed evitare sbandamenti. Sono certamente questioni più complesse di come le ho esposte, ma che lei ha inquadrato in maniera molto puntuale.

Cavallaro – In effetti, la “Sordinomics” rappresenta l’approccio individualista al problema economico. Secondo il senso comune, è normale che un individuo che si è indebitato debba ridurre le sue spese: diversamente, non riuscirebbe a ripagare il proprio debito. Quel che ci insegna Keynes è che ciò che vale per l’individuo non vale necessariamente per la collettività nel suo complesso, ma per riuscire a comprendere questo passaggio occorre acquisire uno sguardo capace di cogliere la collettività appunto nel suo complesso, che è proprio ciò che manca in una società orientata dai valori e dalla visuale dell’individualismo metodologico. Una visuale che dall’economia è dilagata a colonizzare tutte le altre branche del sapere e dell’esperienza.

FerrariInsomma, non sempre il senso comune, per come espresso dalla “Sordinomics”, equivale a buon senso. Mi pare interessante questa idea di colonizzazione economica: l’economia ha smesso di essere struttura, ha smesso cioè di generare la sovrastruttura sociale di diritto, letteratura, arte, filosofia ecc., e si è sostituita a questa, divenendo così essa stessa società, economizzando in maniera totale le nostre esistenze.

Cavallaro – Direi piuttosto che la struttura economica dominante ha generato una sovrastruttura denominata “teoria economica neoclassica”, i cui valori e metodi analitici hanno colonizzato tutte le altre sovrastrutture ideologiche – diritto, letteratura, filosofia, eccetera. Anche qui, il parallelo con il calcio ci aiuta a comprendere il problema. Siccome il calcio, in quanto sport collettivo, potrebbe potenzialmente veicolare un’immagine e degli stili di pensiero radicalmente antitetici a quello individualistico attualmente dominante, i discorsi pubblici intorno al calcio vengono curvati in una direzione con esso compatibile. Il fatto che, ad esempio, si continuino a privilegiare quegli aspetti del racconto che concernono i fuoriclasse, i loro ingaggi faraonici, i loro trasferimenti a prezzi astronomici, le loro ville lussuose, la loro vita intima, fino a far diventare il calciatore una pop star, costituisce un modo per sradicare il calcio dal terreno collettivo suo proprio e spostarlo, riorientarlo, in un senso che sia compatibile con l’immaginario dominante. Dirò di più: anche il cosiddetto fair play finanziario, che l’UEFA ha imposto al dichiarato scopo di dar vita a tornei più “equilibrati” e “competitivi”, non è altro che la trasposizione in chiave calcistica dei vincoli di bilancio che sono stati imposti dal Trattato di Maastricht, poi confluito nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che a loro volta costituiscono l’inveramento della “Sordinomics”. Salvo che la partecipazione di squadre col bilancio in pareggio non vale a rendere un campionato più competitivo (basta vedere la Bundesliga, dove il Bayern domina pressoché incontrastato da oltre un ventennio) e la reale funzione del vincolo di bilancio consiste nel dividere i competitors tra pochi super-ricchi, che vincono perché non hanno problemi a spendere, e molti poveri che non riusciranno mai a fare altrettanto. Così come i vincoli di Maastricht  servono sostanzialmente alla Germania per comprarsi il resto d’Europa, il fair play finanziario serve alle squadre più grandi – Real Madrid, Barcellona, Paris Saint-Germain, Manchester United, Manchester City, Bayern Monaco e poche altre – per consolidare il proprio dominio, fatto di titoli sportivi e fatturati economici. Basti ricordare che, un paio d’anni fa, il Manchester United, pur avendo acquistato Pogba all’allora astronomica cifra di circa cento milioni di euro, ha potuto praticamente ripagarselo nella settimana successiva grazie agli introiti derivanti dalla vendita delle magliette con il suo nome stampato sopra!

FerrariTra l’altro, lei denunciava già da tempo i rischi della crisi: nel 2001 scrisse La caduta tendenziale della nuova economia, un libro a suo modo “profetico”. Perciò mi viene da chiederle: si sente come Cassandra, prevedendo un futuro cui nessuno avrebbe creduto, ma che si è infine avverato?

Cavallaro – Fu Keynes, preconizzando le conseguenze disastrose del Trattato di Versailles, a paragonarsi a Cassandra. Ma lui aveva tutti i titoli per farlo, io proprio no! Diciamo, piuttosto, che credo di aver capito come doveva sentirsi…

FerrariRiprendendo dunque Lenin e il bolscevismo: dopo la fine della guerra civile e la liquidazione di quel complesso di iniziative economiche d’emergenza che sono state poi denominate “comunismo di guerra”, per far ripartire l’economia il governo aveva impiantato la famosa NEP, la Nuova Politica Economica, che reintroduceva elementi di capitalismo nell’economia russa. Se da un lato questa “ritirata strategica” ha eroso il controllo statale dell’economia, almeno rispetto al periodo precedente, dall’altro lo ha invece rafforzato nel suo ruolo di primo attore economico, in quello che oggi si definisce capitalismo di Stato[3]. Un esperimento simile e anche più radicale nei suoi presupposti è attualmente il sistema della Repubblica Popolare Cinese: a partire dalle riforme di Deng Xiaoping[4], la crescita enorme dell’economia cinese ha contato sulla formula “un paese, due sistemi”, ossia l’adozione del capitalismo sotto la supervisione molto precisa e puntuale dello Stato, nelle prospettive macroeconomiche. Questa non potrebbe essere un’evoluzione possibile e radicale della teoria keynesiana sull’intervento statale nell’economia? In altre parole, non potrebbe essere ora lo Stato una sorta di “salvatore della patria”, riuscendo a governare qualcosa di apparentemente selvaggio come il capitalismo globalizzato, per riuscire a sfruttarlo in vantaggio delle politiche sociali? È possibile questo in una prospettiva democratica, o non si può disgiungere da forme dittatoriali come in Cina?

Cavallaro – Questo non è solo “possibile”: è ciò che è successo a partire dal secondo dopoguerra. Nel senso che, se noi andiamo a guardare il modo in cui la nostra Costituzione repubblicana disegna i rapporti economici, ci accorgiamo che si tratta di un disegno che presenta notevoli “somiglianze di famiglia” con la struttura economica cinese. Il fatto è che quel disegno traeva ispirazione da una realtà che era stata forgiata nei vent’anni precedenti dal fascismo, il quale, a sua volta, aveva ripreso l’idea dalla NEP dei bolscevichi. Era una realtà in cui c’era una forte presenza pubblica nell’ambito della produzione industriale di quelle che Sraffa chiamava “merci base” (siderurgia, chimica, elettricità, reti) e dei servizi propri del welfare (scuola, sanità, previdenza e assistenza sociale), mentre la restante parte dell’economia era affidata al settore capitalistico, a sua volta controllato nelle sue possibilità di espansione dal fatto che il credito era centralizzato in mano pubblica. La Cina attuale funziona più o meno allo stesso modo: abbiamo cioè una rilevante presenza pubblica nell’industria delle merci base e dei servizi del welfare e un settore capitalistico vivace ma controllato nei suoi movimenti da un settore creditizio totalmente centralizzato, che non contempla la possibilità di esportare liberamente i capitali (e ce ne siamo accorti noi interisti, perché Suning, a seguito del giro di vite deciso dal Partito comunista cinese, ha dovuto frenare sull’acquisto dei campioni che pure aveva promesso a Spalletti…). La stessa forza lavoro viene allocata secondo una organizzazione complessiva che disciplina i flussi di uscita dalle campagne, più o meno come accadde da noi nel secondo dopoguerra, dove le migrazioni imponenti da Sud a Nord furono favorite dai vasti piani di edilizia popolare. Fu questo mix a causare, negli anni ’60 dello scorso secolo, il nostro miracolo economico, così come l’analogo Wirtschaftswunder della Repubblica Federale di Germania. E se la Cina ha un PIL in crescita da trent’anni consecutivi, è perché si è trovata a sperimentare quello stesso mix, che aveva avuto appunto origine in Unione Sovietica dopo il 1921. I cinesi l’hanno chiamata “economia dell’uccello in gabbia”: dicono infatti che il capitalismo è come un uccello, che deve avere una gabbia sufficientemente grande entro cui volare, ma deve averla, se no vola via. E, calcisticamente parlando, è una metafora perfetta per concepire l’azione del fuoriclasse all’interno del collettivo: bisogna che accetti la gabbia, che dev’essere sufficientemente grande per permettergli di volare, ma ci deve essere sempre. Messi, al Barcellona, l’ha capito e l’ha accettata, Ibrahimović no: anzi, sono convinto che, se l’Inter nel 2010 riuscì a prevalere sul Barcellona nel doppio confronto della semifinale di Champions League, fu proprio perché l’anarchico Ibrahimović era un corpo estraneo a quella squadra e la rendeva oggettivamente più vulnerabile. Prova ne sia che il Barcellona, che senza Ibra aveva vinto la Champions League nel 2009, la rivinse nel 2011 dopo aver ceduto Ibra al Milan!

FerrariViene a questo punto da chiedersi come mai, di fronte a crisi sempre più gravi e frequenti, si insista al livello internazionale nel perseguire politiche economiche sempre più liberiste, così come nel calcio, un gioco sempre più da fuoriclasse. E nel condannare non solo il modello di statalismo esasperato dell’URSS, che pure ha mostrato tutti i propri limiti, ma anche questo modello misto che, mi pare, abbia invece dimostrato di poter aiutare la società a trarre dal capitalismo il massimo vantaggio per il maggior numero. Con gli opportuni adattamenti, non si realizzerebbe invece un equilibrio virtuoso?

Cavallaro – Già. Purtroppo, però, questa “dialettica” possibile tra sistema capitalistico e sistema collettivistico, questo “doppio sistema”, dà luogo ad una dinamica non solo a dominanza, ma per di più instabile. Più precisamente, la dominanza pubblica, che è necessaria affinché il doppio sistema produca effetti virtuosi, progressivamente erode il sistema capitalistico, gli toglie terreno da sotto i piedi, restringe sempre più l’ambito della sua operatività. Fu questa erosione che portò, negli anni ’70 dello scorso secolo, allo scontro aperto, in cui i partiti tradizionali, che avevano guidato lo sviluppo dell’economia mista (la DC, il PCI, il PSI pre-craxiano) si trovarono contro sia la classe capitalistica, con i suoi gruppi di pressione, sia la gioventù che era cresciuta all’interno di un sistema che, essendo pianificato, prevedeva margini circoscritti di conflitto e conseguenti limiti alla loro libertà di espressione. Il mio personale convincimento è che tra il ’68 e il ’77 i movimenti giovanili e femministi e la classe capitalistica marciarono divisi per colpire uniti quello strano ircocervo fatto di partiti di massa che guidavano una riproduzione in parte capitalistica e in parte socialista (e comunque a dominanza socialista). E ci sono riusciti, lo hanno abbattuto ed è per questo che oggi le nostre parole d’ordine sono diventate quelle libertarie: del tutto analoghe alla “libertà” che rivendica un Balotelli rispetto al resto della squadra.

FerrariL’assenza della gabbia.

Cavallaro – Esatto, l’assenza della gabbia. Non si tratta più di chiedere di essere guidati in un altro modo, bensì di rivendicare il diritto a non essere guidati in nessun modo. Questa è precisamente l’anarchia del mercato capitalistico. Ed è proprio qui che torna utile l’analogia con il calcio: perché se una cosa il calcio c’insegna è che è l’anarchia del fuoriclasse presuppone che ci sia una squadra che corre per lui. Platini poteva fare il fuoriclasse perché c’era Bonini che correva per lui; Maradona poteva fare il fuoriclasse perché c’era tutto il Napoli che correva per lui, e così via. L’individualismo puro è un mito. Nella realtà esistono forme di convivenza (e di gioco) più o meno organizzate: la differenza è che possono esserlo o a vantaggio di pochi fuoriclasse, di abatini, come Brera chiamava Rivera, oppure in modo che tutti abbiano la possibilità di esprimere il proprio talento, come ci mostra il gioco a zona. E se un punto ho cercato di chiarire nella nuova edizione di Interismo-leninismo è la derivazione sovietica del calcio a zona. In Urss cominciarono a giocare a zona negli anni ’40 ed erano talmente attenti all’equilibrio del collettivo che, quando la Dinamo Mosca allenata da Mihail Jakušin (uno dei pionieri del calcio a zona) andò a giocare in tournée in Inghilterra nel secondo dopoguerra e chiesero al suo allenatore se avesse voluto nella sua squadra un calciatore come Stanley Matthews, allora fortissimo centravanti dello Stoke City, Jakušin rispose: “Le sue doti individuali sono elevate, ma siccome noi mettiamo al primo posto l’efficienza del collettivo, saremmo pronti a fare a meno di lui se il suo modo di giocare pregiudicasse il lavoro del gruppo”.

FerrariUn’ultima considerazione. Nel film Don Camillo, del 1952, c’è una famosa scena che coinvolge calcio e politica: il derby di Brescello che vede, da un lato, la Dinamo, squadra dei comunisti, che il sindaco Peppone incita dicendo “voi giocate contro la squadra della reazione. Dovete vincere! O vi spacco la testa a tutti”; dall’altro, la Gagliarda, squadra dei cattolici, che il parroco don Camillo esorta dicendo “se tra di voi c’è un brigante che non giochi fino all’ultima goccia del suo sangue, gli polverizzo il sedere a pedate”. Il risultato è tutt’altro che all’insegna del fair play. Una divertente rappresentazione del conflitto dell’epoca tra DC e PCI, ma anche del significato politico della competizione sportiva secondo i canoni affermatisi durante il XX secolo, per cui lo sport è un mezzo di lotta, di scontro disarmato, di affermazione della propria superiorità sociale attraverso il successo dell’atleta e, infine, di rivalsa per quei paesi che non riescono a brillare in altri campi. Certamente le Olimpiadi sono il supremo esempio di competizione sportiva, ma subito dopo vengono i Mondiali di calcio; il fatto che l’Italia sia stata esclusa da Russia 2018, è un segno della crisi del nostro paese, della nostra politica, della nostra società e della nostra economia, o forse c’è un limite anche a questa interpretazione, e si tratta solo di crisi del nostro gioco?

Cavallaro – Detto che la rivalità tra DC e il PCI, a partire dal decennio successivo, doveva rivelarsi assai meno pronunciata di quanto non fosse ai tempi di Guareschi, quanto meno sul piano delle scelte di politica economica, la sua domanda è particolarmente intrigante, ma richiederebbe una risposta troppo lunga per la pazienza del lettore. Rispondo così: mi piacerebbe che si trattasse solo di una crisi del nostro gioco, ma non ne sono affatto sicuro.

Arcavacata di Rende, 7 dicembre 2017

 

Libri di Luigi Cavallaro

  • La caduta tendenziale della nuova economia, Manifestolibri, Roma 2001
  • Il modello mafioso e la società globale, Manifestolibri, Roma 2004
  • Una questione di tempo. I nipoti di Keynes e la disoccupazione di massa, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2004
  • Tra due destre. La politica economica del tempo presente, Cattedrale, Ancona 2008
  • Interismo Leninismo. La concezione materialistica della zona: breve corso, Manifestolibri, 2010 (nuova edizione aggiornata 2017)
  • A cosa serve l’articolo 18, Manifestolibri, Roma 2012
  • Lo Stato dei diritti. Politica economica e rivoluzione passiva in Occidente, La Scuola di Pitagora, Napoli 2013
  • Rapsodia neroblu. Sul calcio, il comunismo e l’Inter, Manifestolibri, 2014
  • Giurisprudenza. Politiche del desiderio ed economia del godimento nell’Italia repubblicana, Quodlibet, Macerata-Roma 2015

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Note

[1] Tra i molti libri di questo autore ci sentiamo di consigliare, come esempio di quanto rilevato, In difesa delle cause perse, edito da Ponte alle Grazie.

[2] Si veda Una Repubblica fondata sull’ozio, in «il Manifesto», 01/11/2012.

[3] Si veda Salomoni A., Lenin e la rivoluzione russa, Giunti-Castermann, Firenze 1993.

[4] Mi permetto di rinviare, per un quadro sintetico, al mio articolo “Il risveglio del Dragone”, del 2012 (con aggiornamenti al 2016).

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